Cara Barbie.

12565432_1679848372300574_5352751700986933213_n-2Cara Barbie.

Io e te abbiamo avuto un rapporto un po’ controverso, ma è ora che te lo dica: mi piacevi. Sotto sotto, mi piacevi e mi divertivo, a giocar con te. Rodevo un po’ a sapere che l’unica castana strana era Midge, o Teresa, o come diavolo si chiamava. Quella si sposava e figliava, e tu nel frattempo diventavi medico, veterinario, pilota di aerei, segretaria, cuoca, cantante, ballerina, principessa, fata, poliziotta. Capiscimi, Barbie. Io nemmeno a sette anni ho mai detto “da grande mi sposo e faccio la mamma”, e temevo che esser medico, veterinario, pilota di aerei, segretaria, cuoca, cantante, ballerina, principessa, fata e poliziotta fosse una prerogativa delle bionde platino, non delle castane strane come me.

Per un po’ abbiamo litigato. O meglio, hai litigato con le mie tartarughe ninja, con cui ingaggiavi battaglie all’ultimo sangue, dopo aver rapito April – che poi, conoscendomi, era il caso di rapire una giornalista coi capelli rossicci? – e minacciato il Mondo. Archiviata la pratica “Barbie malvagia”, sei diventata una mia amica, anche se la storia dei diecimila vestiti non m’ha mai convinto. Avevo, tra le altre, due magnifiche versioni di te: una aveva un abito verdone, di velluto, un’altra un vestito di tulle rosa. Dovevano essere un’edizione limitata, perché la mamma mi aveva impedito di “spogliarle e ridurle come le altre“, cito testualmente.

Mi sei piaciuta, lo ammetto, quando sei comparsa a metà maggio, nel 1992. I ricordi, scusami, sono un po’ confusi: avevo cinque anni e mezzo e un terremoto biondo, di tre chili e quattrocentocinquanta grammi, era appena arrivato nella mia vita. Ero sul balcone di casa della nonna, credo, e mi sei comparsa tra le mani. “È un regalo di Fabio, il tuo fratellino”. So che mi son chiesta come diavolo avesse fatto, quello, ad essere appena nato e già con la possibilità di comprare Barbie, mentre io, che

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ero più grande, non potevo permettermela. Però eri bella. Bionda – aridaje – e con un costume da bagno. Attorno alla vita, una gonna di gommapiuma, da decorare con la schiuma colorata che c’era nella confezione. Mi sei piaciuta così tanto che credo di averti addirittura portato in ospedale per farti conoscere alla mamma, che era lì con Fabio. Sarà stato lungo sì e no venti centimetri, quel coso. Chissà come aveva fatto a comprarti. E mentre me lo chiedevo, lui con la sua manina mi stringeva l’indice e si comprava me, per sempre.

Non ti mentirò, Barbie. Non m’hai insegnato tu ad essere indipendente, forte, coraggiosa e pronta a diventare tutto quello che volessi. Lì è colpa di un discorso che m’ha fatto la mamma e di una penna che m’ha messo in mano papà. Tu, semmai, m’hai insegnato un po’ di leggerezza, di fantasia. Ed è per questo, credo, che vi ho tenute tutte, tu e le altre versioni di te, abiti inclusi: perché spero, un giorno, ci sarà una bimba a cui io possa insegnare ad esser forte e indipendente, e tu a viver leggera e spensierata. Un grazie, anzi, te lo dico in anticipo, anche per quella bambina che chissà se mai ci sarà: oggi hai abbandonato, almeno un po’, le gambe lunghe e gli occhi verdi per diventar più umana. Spilungona o cicciotta, coi capelli blu o gli occhi a mandorla, le gambe grosse o la pelle scura. Finalmente, hai capito che sì, insegnare alle bambine l’allegria è cosa buona e giusta e sì, dir loro che nella vita potranno essere medico, veterinario, pilota di aerei, segretaria, cuoca, cantante, ballerina, principessa, fata o poliziotta è sacrosanto. Ma che non c’è niente di meglio che essere se stessi, perché la vera forza, in fin dei conti, parte da lì.

Grazie da parte di una ex bimba, ancora cicciotta e ancora coi capelli castano strano. E scusa per quando Leonardo ti ha decapitato con la spada.

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Fotografie.

bambina-kpgC-U43070644823618fbD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443Per lavoro e per natura, i miei occhi fotografano. Raramente ricordo un nome, pressoché mai un viso, ma quello che il mio sguardo inquadra, in qualche modo, mi si posa nel cervello e lì, lentamente, riposa.

Si son posate le immagini dei barconi rovesciati. Si son posati i commenti di chi diceva “ribaltiamoli, vediamo se nuotano”. Si son posati i corpi, galleggianti e senza vita, di chi non aveva che l’esistenza e una speranza. Si son posate le esternazioni razziste e senza cuore di chi poi si premura di fare un segno della croce e pregare la Madonna per vincere al SuperEnalotto. Si son posati gli occhi della bimba siriana con le braccia in alto, in segno di resa, di fronte ad un fotografo: del resto, quando a tre anni hai visto quel che hai visto, la paura – spaventosamente- vince la curiosità. Si son posate le testimonianze di chi ha accolto, di chi ha curato, di chi ha sfamato. Si sono posati i fattacci di Roma Capitale, le mani degli schiavi di Rosarno, la città di Palmira che cade, la testa di Khaled Asaad e quella di tutte le vittime del Califfato.

Si sono posate, ad una ad una, facendo quel male sottile e terribile che soltanto le spine di rosa sanno fare. Bruciando, pizzicando. Facendomi chiedere che mondo darò a chi verrà dopo di me, con quale faccia guarderò i miei bambini e spiegherò loro che c’ero, quando settanta persone sono morte asfissiate in un camion. Che c’ero, quando saltavano le teste di Khaled Asaad e di tanti altri. Ero lì, quando in duecento affogavano in un braccio di mare. Quando la gente scappava e si innalzavano i muri, ché più spaventosa della guerra in casa d’altri c’è solo la miseria in casa propria. C’ero, ed ero impotente: tra le mani, del resto, ho sempre e solo avuto penne e taccuini, certa del fatto che a far la differenza, a far paura davvero, sarebbero state donne con un cervello e un’istruzione, e non uomini con fucili e scimitarre. L’immagine dei morti tra il Burgenland Neusiedl e Parndorf, però, si è tuffata più in profondità delle altre. Quei corpi, ammassati come sacchi di carne, senza vita e senza aria, hanno sollevato come un’ondata tutti gli altri ricordi. Quelli della bimba con le braccia in alto, quelli del ragazzo che galleggia, schiena in sù e viso in acqua, senza vita. Quelli dei migranti schiacciati contro il filo spinato, quelli di chi “ammazzarli tutti, ma ora scusa che vado a Messa”.

Un giorno, lo so, farò i conti con la storia: li farò come donna, come essere umano, come giornalista e come credente. E come donna, come essere umano, come giornalista e come credente dovrò rispondere di omissioni e di paure, sarò trovata mancante di fronte al Dio in cui spero e alla Storia in cui credo. Eppure, statene certi, in fila con me, con voi, ci saranno anche quelli che “ribaltiamo le barche e vediamo se galleggiano”, quelli che lucrano sulla disperazione, quelli che cuciono il futuro di un bambino con del filo spinato, quelli che “prima gli Italiani, anzi prima la mia città, anzi prima la mia famiglia, anzi prima io”, quelli che al prete confessano il peccato di gola, ma non capiscono il peccato di cuore, ché a dire “muoiano a casa loro” non ce ne deve esser molto, di muscolo cardiaco. Il conto sarà salato per tutti, ma spero mi concederanno il lusso di poter stare a debita distanza da loro.