Oltre al titolo.

fountain-pens-1393966_1920Quel che è avvenuto in Puglia m’ha lasciato sgomenta, atterrita, impaurita. E come ogni volta che mi ritrovo ad essere sgomenta, atterrita e impaurita ho fatto quello che per istinto e per abitudine mi vien naturale fare: ho letto. Le notizie battute dalle agenzie di stampa, gli articoli dei giornali, i post delle persone comuni, più o meno informate. Non faccio più la giornalista, ma sentir tutte le campane resterà per sempre una deliziosa deformazione professionale. Accanto ai pezzacci dei pennivendoli ho trovato articoli ben scritti – asciutti o toccanti, di cronaca o di cornice – che avevano in risposta commenti impietosi, quasi che fare il giornalista, oggi, equivalga ad essere un monatto di manzoniana memoria.

Io una tragedia così non l’ho mai coperta, quindi non so nemmeno immaginare cosa passi nella testa dei colleghi che si trovano lì, a concentrare in tremilacinquecento battute sensazioni che non ti faranno dormire la notte con il dovere – morale e professionale – di informare, senza poter prender fiato ché le notizie corrono e ora, grazie ad internet, volano. Però gli insulti, le stoccate taglienti di chi spesso fatica a coniugare i verbi, l’abitudine di prendersela con il messaggero, e quasi mai col messaggio, m’han lasciato perplessa. Ci sono giornalisti che non valgono nemmeno l’inchiostro della penna con cui prendono appunti, ma esistono professionisti che fanno esattamente quello che dovrebbero: raccontano. La cronaca cruda e ciò che fiorisce attorno ad essa, i tecnicismi e lo sgomento. Non è sempre voyeurismo, a volte è precisa volontà di raccontare il dolore. Per esorcizzarlo, per far sì che resti impresso nella memoria. Forse con la presunzione che un avverbio giusto lasci un’impronta tale da non far più ripetere la storia.

Eppure. Eppure a volte è più semplice fermarsi lì, a poche righe di occhiello, per dire che tanto i giornalisti son tutti venduti, tutti criminali, tutti incapaci. Che la verità non la raccontano bene, o la raccontano troppo, o fanno i soldi sul dolore del prossimo. Che comunque sia servita la zuppa, stan facendo male il proprio lavoro perché non sanno farlo, ché “lo dice internet, e voi lo ignorate“. Magari per scrivere un pezzo tu hai fatto mille telefonate, ti sei perso per trovare l’aggettivo più adatto, hai verificato fonti e sospetti. Hai obbedito al tuo dovere professionale, hai seguito il tuo istinto di raccontare e hai delicatamente evitato i nodi di dolore. Solo in una cosa hai peccato, grandemente peccato, fortissimamente peccato: non hai raccontato quel che la gente voleva sentirsi dire, hai disobbedito alla loro smania di conferme per teorie che spesso germogliano in un terreno di scarsa conoscenza. Per questo meriti gli insulti peggiori, e ne ho letti a bizzeffe. E dire che basterebbe poco. Aprire il link, scavalcare l’occhiello, arrivare fino in fondo all’articolo. Leggerlo prima di commentarlo, insomma, qualunque sia l’argomento trattato. Basterebbe così poco per capire la differenza tra pennivendoli e penne, tra giornalisti veri e fanatici del macabro. Ma per far questo, mi rendo conto, sarebbe necessario leggere qualcosa in più del titolo.

[Non ho volutamente commentato i fatti perché non sono sufficientemente informata, preparata o presente. Soprattutto, perché mi sale il magone se penso a quanto possa essere assurdo un simile incidente, farcito di cause e rimbalzi di colpe. Da credente, posso solo pregare per chi non c’è più. Da essere umano, posso solo ingoiare il dolore e ambire ad un mondo in cui simili cose non accadano più. Da italiana, posso solo farmi molte domande. E, per una volta, ambire a delle risposte]. 

Sogni e piccoli miracoli

Fogli bianchi, poi macchina da scrivere, poi pc. Quando una è testarda, è testarda.
Fogli bianchi, poi macchina da scrivere, poi pc. Quando una è testarda, è testarda.

Tanto vale che ve lo dica subito: nasciamo tutti con un sogno. Evidente o meno, prepotente o meno, riconosciuto o meno, è lì, incastrato tra le costole e pronto a tormentarci per ogni volta in cui decideremo di metterlo da parte, “ché mica si vive di desideri, eh!”.

Il sogno – che, badate bene, non è un sogno, ma pretende l’articolo determinativo – assume diversi nomi, a seconda delle labbra che lo pronunciano. Può esser vocazione, passione, ambizione o destino e, che tu voglia o meno, ti fiorisce dentro da bimbo, e da lì in poi son solo fatti tuoi.

Il mio sogno è venuto su un pomeriggio d’estate, avrò avuto cinque anni. Non sapevo scrivere, ma sapevo di voler scrivere – buffa la vita, eh?. La nonna, buona e lungimirante, mi forniva matite, fogli e penne, mentre io ci mettevo la fantasia di chi ha già capito che le robe migliori le componi suonando una melodia tra i tuoi neuroni e tradurle in carta e inchiostro, poi, è solo un rito obbligato. Lo ricordo bene, io che non ricordo mai nulla: avevo cinque anni e, cascasse il mondo, volevo scrivere. Il futuro – che ha dei piani brillanti e davvero divertenti – m’ha portato vicino ad una tastiera quel tanto che bastava per farmi capire che sì, a cinque anni avevo capito tutto. Avrei fatto tante cose con passione, ma una sola sarebbe stata il sogno: domare le parole.

Questa lunga premessa m’è venuta in mente ieri sera, mentre guardavo Jovanotti saltare come un matto, sul palco di San Siro. Tre concerti per tre serate consecutive, due ore e mezza di musica, lui che sembrava divertirsi un sacco. Anzi: lui che sembrava aver dato corpo, spirito, sostanza al sogno, il suo sogno. Deve essere una meraviglia – pensavo, tra me e me – quando puoi guardar negli occhi il bambino che hai dentro e dirgli, senza troppi giri di parole, che è arrivato il Natale. Che quel che desideravi nella tua cameretta – mentre cantavi in un pennarello, mentre scrivevi senza saperlo fare, mentre visitavi un orsacchiotto o mentre palleggiavi in silenzio – è vero, è lì. E’ cresciuto con te, perché senza non saresti cresciuto nemmeno tu. Grande lo saresti diventato, sì, ma senza mai trasformarti in un bambino vero.

Io e il mio sogno, gonfio di inchiostro e pensieri, ieri sera ci siamo guardati in faccia, dopo tanto tempo: la strada è lunga, Stefà, ma siamo ancora insieme. Anche se hai posato la penna tante volte, anche se hai provato a soffocarmi. Ci sono. E, per quel che vale, finché ci sarà io, non se ne andrà nemmeno la bambina di cinque anni che non sa scrivere, ma scrive. Suona un po’ come un piccolo miracolo.