Noccioline di bellezza.

C_2_fotogallery_3010428_12_imagePartiamo da una premessa. Conosco ogni sfaccettatura dell’esser cicciotta – “si dice curvy, Stefania” “Sarà, ma sempre cicciotta sono“: ho ben presente la sensazione di non entrar nelle taglie canoniche, capisco la golosità, so che cosa vuol dire la frustrazione di una dieta, non ho problemi a immedesimarmi in chi ha un metabolismo così lento da sfiorare quello di un orso in letargo. E riconosco la fame di chi mangia per tappar qualche buco, per scacciare lo stress, per darsi una golosa pacca su una spalla – e fidatevi, non c’è un biscotto abbastanza grande da zittire certe voci. Insomma, la mia variabile zavorra di chili me la porto dietro dalla pubertà, e convivo da una quindicina d’anni con la cattiveria di chi m’ha pesato-insultato-criticato sfruttando esclusivamente quella bilancia, e pazienza se sarei potuta essere anche qualcosa di più, o di peggio. 

Aver vissuto con il sovrappeso come compagno costante m’ha permesso di imparare una lezione preziosa: lentamente, con la pazienza certosina di chi non può correre perché pesa troppo, ho iniziato a scavare in profondità. In me stessa, negli altri, nel mondo in cui vivevo e che mi pareva cattivo anche quando minimizzava il mio difetto. “Sono grassa” – “Ma smettila, che sei bella!” – “Non ho mai detto d’esser brutta”. Per assurdo, le donne son state le più spietate, e i “cicciona – sei una grassona – mettiti a dieta” son fioriti come i mughetti a maggio, e anche in momenti ben lontani dall’adolescenza. Io, intanto, scavavo, cercavo, domandavo: davvero, “grassa” era la cosa peggiore potessi essere? Perché era sempre quello, il primo insulto? Ma chi ve lo dice, che mangio tutto il giorno? E se io dimagrissi, sareste comunque così carogne, magari perché ho le gambe storte, o gli occhi piccoli, o la bocca larga? Ma non sarà che più che i miei difetti vi dà fastidio il fatto che ci convivo con una forza che forse voi non avreste? 

Ci son stati attimi in cui ho scavato come una pazza, perché avevo fame di risposte, più ancora che di cibo. Il grasso è stato un’armatura contro le delusioni, un alibi contro le paure, uno scudo contro i rischi. A trent’anni – diciotto dei quali passati in sovrappeso, con una continuità commovente – dopo aver scavato e sofferto, mi son permessa il lusso di giungere ad una conclusione: del guscio che racchiude una persona m’importa ben poco. Non peso dai chili, non misuro dall’altezza, non mi chiedo quante volte la persona che mi parla faccia sport, o se mangi carboidrati. Gli equilibri di una persona sono meccanismi delicati, e giudicar così, a spanne, rischia di esser doloroso e pericoloso. Esistono persone magre e pesanti, grasse e leggere, basse e profonde, alte ma non all’altezza. La parte del prossimo che mi preoccupa ed affascina è racchiusa, il più delle volte, in una nocciolina, e contiene la dose di umanità e di intelligenza con cui si rapporta con il mondo. Sulla bilancia peso solo questa, e in quale taglia entri m’importa poco, con buona pace di chi vorrebbe un mondo esteticamente all’altezza delle proprie aspettative di bellezza.peanuts-2163043_1920

Ammiro con gli occhi che luccicano il fisico statuario di Bar Refaeli, resto affascinata dalla bellezza incredibile di Charlize Theron, guardo le sfilate di Victoria’s Secret e mi chiedo come sia possibile che non ci sia un etto di grasso, in quei corpi. Invidio i corpi delle sportive – quei muscoli potenti ed armoniosi – ma mi paiono belli tutti quelli che sorprendo intenti a coltivare una passione. Più di tutte, ammiro le persone felici e buone, e l’unico obiettivo che ho, in vita mia, è quello di essere la migliore versione di me stessa possibile. Se sarà in una taglia quarantadue o in un paio di curve in più, lo scoprirò crescendo, adattandomi a quell’incredibile ottovolante che è la mia natura. Nel mezzo, cercherò noccioline di umanità e mi innamorerò di quelle.

poscritto: mi preoccupa – mi spaventa – come la mania della perfezione c’abbia contagiato tutti. Prendete la locandina di Cannes 70: Claudia Cardinale che ride mentre fa una piroetta e solleva la gonna. Ha i capelli sciolti, il viso felice, i piedi nudi. E vent’anni – vent’anni, regà: è bella per forza, perfetta in una foto mossa e sfocata, incantevole in un’espressione buffa. Nella locandina del Festival, un grafico ha ecceduto di photoshop: più stretta la vita, più affusolati i polpacci, via il doppiomento che si intravede, accennato e dovuto alla posa del viso. Pare scolpita – male – nel legno. Pare una boccaccia, e non un’espressione euforica. Pare una presa in giro. Pare che la roba fondamentale di quella foto, scattata sui tetti di Roma da un fotografo di cui s’è perso il nome, non sia la magia del cinema, ma la sua statica perfezione. E se la prima è un miracolo tutto sommato comune, non m’allargherei così tanto sulla seconda. Anche perché il cinema non deve essere perfetto: deve essere vero. Un po’ come la vita.  

Tale as old as time.

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Tale as old as time.

Pare ieri. Dicembre 1992, sei anni compiuti da poco, un fratellino appena arrivato e tre mesi di prima elementare. Cinema con papà, ché la mamma era a casa col nuovo arrivato. Un’amica più grande come compagna di visione, perché se stai cambiando i denti da latte ti senti poco preparata ad affrontare un castello incantato tutta sola. “Prendiamo i pop-corn? – Sì ma li dividete – Va bene li dividiamo – Io ho paura della Bestia – Stefania non fare la fifona”. Un cinema d’una volta, non ricordo quale fosse ma tutti mi parevano uguali, lontani dalle multisale, ancora vecchio stile. Silenzio in sala, luci. Si inizia. 

Tale as old as time.

Quella Belle m’ha affascinato in una manciata di minuti, e dire che combatteva contro Ariel, da sempre la mia preferita. Ma aveva gli occhi castani – come me. I capelli castani – come me. E leggeva – come me, che avevo deciso di imparare prima d’iniziar le elementari, perché la curiosità era troppa e le domande non finivano mai. Qualche perplessità me la scatenava Gaston, perché uno che si vantava di vincere le gare di sputo e mangiava dozzine di uova ogni dì mi pareva aver qualche rotella fuori posto. Però quel paese era grazioso, Maurice simpatico, e ogni volta che lei correva su per quella collina dicendo di voler vivere di avventure mi riduceva in mille coriandoli, come il soffione che sfaldava con le dita.

Tale as old as time.

Poi arrivava lui, la Bestia. Denti, zanne, peli. Sembra un cane – non vedi che è un orso? – A me sembra un cane. Ero entrata in sala considerando già una notevole prova di coraggio andare a vedere un film che avesse “Bestia” tra le parole del titolo. M’aspettavo di morir di paura, come era capitato con Ursula de La Sirenetta, che m’aveva gelato il sangue. Invece, contro ogni previsione, quel bestione non mi spaventava. M’affascinava, mi faceva ridere. Del resto s’era ritrovato di colpo mostruoso, e con un orologio rompipalle tra le zampe, non poteva sperare in un carattere migliore. Era burbero, non cattivo. Soprattutto, non pareva stupido come Gaston, che appoggiava i piedi sporchi di fango su un libro. Così, mentre Belle s’innamorava di una Bestia, io firmavo in calce la mia natura. 16998910_1445769618786855_7606131899431962550_n

Tale as old as time.

Da quando sono uscita da quella sala non ho mai smesso di cercare un principe stregato sotto ad ogni Bestia che ho incontrato. A volte ho trovato un arciduca un po’ malandato, a volte una belva fatta e finita, senza bisogno di incantesimi ulteriori. Mi son messa nei panni di uno che vien definito “La Bestia”e ho guardato il mondo dai suoi occhi, per scoprire quanto fa male ogni Gaston che dice “perché dovrebbe volere uno come te, quando può avere uno come me?”. Ho biasimato quella fata, chiedendomi perché mai avesse scelto di usare la bruttezza a mò di punizione, per poi capire quella strana equazione di natura che dice che non tutte le persone belle sono buone, ma tutte le persone buone sono belle. Ho scoperto che la cosa più complicata da fare, per la Bestia, non era imparare ad amare, ma lasciarsi amare, perché se la sorte t’ha trasformato nella cosa più lontana da un Principe Azzurro ti vien spontaneo pensare che non ci sarà Belle che ti voglia: sei il primo a non amarti, con tutto quel pelo arruffato e quelle fauci fameliche. Ho imparato che ci son bestie sotto i bellimbusti, ma che non è una buona ragione per giudicar qualcuno – Bella, Bestia, Le Tont, Gaston, Tokins o Mrs Brick che sia – da quel che sembra: ci sarà sempre una favola che l’ha trasformato, una strega che l’ha reso diverso da quel che è. Una rosa stregata che ricorda che il tempo è tiranno e basta poco per rimanere incastrati per sempre in una storia senza lieto fine. A cambiar le cose serve solo un occhio più allenato degli altri a guardare oltre a quel che sembra, a cercar con pazienza la trama vincente. Come con La Bestia. Come con i libri. Tale as old as time. Song as old as rhyme. Beauty and The Beast. 

Tutti belli, belli tutti.

swimming-924895_1920.jpgCi riflettevo l’altro giorno, mentre scorrevano le immagini delle prime medaglie alle Olimpiadi e mia mamma commentava con un và che belli gli atleti italiani di questa edizione. Son proprio tutti belli. Li ho guardati distrattamente, perché quando pranzo dai miei genitori ho sempre le spalle rivolte alla televisione  – sono medaglia d’oro in “immaginazione carpiata di telegiornali” – e ho dovuto ammettere a me stessa che sì, son tutti belli. Pure i brutti.

Sarà colpa della fatica, di quegli allenamenti serrati e sfiancanti, passati a alzare sempre di più l’asticella dei propri limiti. Sarà quello sguardo che fiorisce soltanto quando hai imparato a costringer tendini e nervi a tener duro fino alla fine del round, della vasca, della pista. Saranno i muscoli tesi che guizzano e si rilassano, che compiono quei miracoli che da casa ti fan sospirare un “oh“, d’ammirazione e stupore. Sarà la concentrazione che brilla negli occhi di chi si sta giocando in una manciata di minuti mesi di rinunce, di “No, non faccio tardi“, “No, non voglio il bis“, “Sì, mi alleno anche oggi. Sì, lo so che è domenica.“. Li guardavo e vedevo impegno, dedizione, grinta e spirito di sacrificio, tutti racchiusi in un paio di denti storti, in una pelle che porta le cicatrici dell’acne, in un braccio tornito e grintoso. In due spalle larghe come un armadio, in un polpaccio che sembra scoppiare. In un metro e sessanta di voglia di vincere.

Belli anche i brutti, insomma. Tutti belli, belli tutti, e un calcio sui denti alla superficialità, perché grazie a Dio si può essere affascinanti, magnetici e meravigliosi anche se si è vestiti coi propri difetti, mostrati con orgoglio e con l’aria di chi pensa “non sarò una miss, ma il mio pugno destro vale ogni smandrappata che si spoglia in copertina”. Li guardavo e li invidiavo, perché esser belli di entusiasmo e forza di volontà non è cosa facile, non è da tutti. Li guardavo e realizzavo che dovessi decidere quali qualità affibbiare al futuro del mio paese, pescherei a occhi chiusi da loro, con buona pace dei reality e dei talk show: mi piacerebbero italiani di poche parole e tanto impegno, di forte tenacia e di dolce commozione. Soprattutto, gente che ha capito quanto sia resistente il filo impercettibile che lega l’umiltà alla vittoria, il coraggio al timore. Ecco. Io pensavo questo, e qualcun altro decideva che “il trio delle cicciottelle” fosse il modo migliore di identificare la squadra olimpionica italiana femminile di tiro con l’arco. Cicciottelle, non atlete arrivate ad un passo dal podio. Cicciottelle, manco fossero personaggi Disney secondari e un po’ sfigati. Cicciottelle, in un contesto in cui esserlo o non esserlo ha la stessa utilità che può avere il colore delle mutande indossate la mattina della gara. Io e il mio concetto di bellezza abbiamo sospirato, ché i tempi non sono ancora maturi e chissà se mai lo saranno. Un’immagine, però, m’ha bussato alla porta: anche Lady Cocca era cicciottella. Vi ricordate come è finita?

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Oltre al titolo.

fountain-pens-1393966_1920Quel che è avvenuto in Puglia m’ha lasciato sgomenta, atterrita, impaurita. E come ogni volta che mi ritrovo ad essere sgomenta, atterrita e impaurita ho fatto quello che per istinto e per abitudine mi vien naturale fare: ho letto. Le notizie battute dalle agenzie di stampa, gli articoli dei giornali, i post delle persone comuni, più o meno informate. Non faccio più la giornalista, ma sentir tutte le campane resterà per sempre una deliziosa deformazione professionale. Accanto ai pezzacci dei pennivendoli ho trovato articoli ben scritti – asciutti o toccanti, di cronaca o di cornice – che avevano in risposta commenti impietosi, quasi che fare il giornalista, oggi, equivalga ad essere un monatto di manzoniana memoria.

Io una tragedia così non l’ho mai coperta, quindi non so nemmeno immaginare cosa passi nella testa dei colleghi che si trovano lì, a concentrare in tremilacinquecento battute sensazioni che non ti faranno dormire la notte con il dovere – morale e professionale – di informare, senza poter prender fiato ché le notizie corrono e ora, grazie ad internet, volano. Però gli insulti, le stoccate taglienti di chi spesso fatica a coniugare i verbi, l’abitudine di prendersela con il messaggero, e quasi mai col messaggio, m’han lasciato perplessa. Ci sono giornalisti che non valgono nemmeno l’inchiostro della penna con cui prendono appunti, ma esistono professionisti che fanno esattamente quello che dovrebbero: raccontano. La cronaca cruda e ciò che fiorisce attorno ad essa, i tecnicismi e lo sgomento. Non è sempre voyeurismo, a volte è precisa volontà di raccontare il dolore. Per esorcizzarlo, per far sì che resti impresso nella memoria. Forse con la presunzione che un avverbio giusto lasci un’impronta tale da non far più ripetere la storia.

Eppure. Eppure a volte è più semplice fermarsi lì, a poche righe di occhiello, per dire che tanto i giornalisti son tutti venduti, tutti criminali, tutti incapaci. Che la verità non la raccontano bene, o la raccontano troppo, o fanno i soldi sul dolore del prossimo. Che comunque sia servita la zuppa, stan facendo male il proprio lavoro perché non sanno farlo, ché “lo dice internet, e voi lo ignorate“. Magari per scrivere un pezzo tu hai fatto mille telefonate, ti sei perso per trovare l’aggettivo più adatto, hai verificato fonti e sospetti. Hai obbedito al tuo dovere professionale, hai seguito il tuo istinto di raccontare e hai delicatamente evitato i nodi di dolore. Solo in una cosa hai peccato, grandemente peccato, fortissimamente peccato: non hai raccontato quel che la gente voleva sentirsi dire, hai disobbedito alla loro smania di conferme per teorie che spesso germogliano in un terreno di scarsa conoscenza. Per questo meriti gli insulti peggiori, e ne ho letti a bizzeffe. E dire che basterebbe poco. Aprire il link, scavalcare l’occhiello, arrivare fino in fondo all’articolo. Leggerlo prima di commentarlo, insomma, qualunque sia l’argomento trattato. Basterebbe così poco per capire la differenza tra pennivendoli e penne, tra giornalisti veri e fanatici del macabro. Ma per far questo, mi rendo conto, sarebbe necessario leggere qualcosa in più del titolo.

[Non ho volutamente commentato i fatti perché non sono sufficientemente informata, preparata o presente. Soprattutto, perché mi sale il magone se penso a quanto possa essere assurdo un simile incidente, farcito di cause e rimbalzi di colpe. Da credente, posso solo pregare per chi non c’è più. Da essere umano, posso solo ingoiare il dolore e ambire ad un mondo in cui simili cose non accadano più. Da italiana, posso solo farmi molte domande. E, per una volta, ambire a delle risposte]. 

Lettera.

letter-447577_1920.jpgCerto che hai una bella sfiga tu che arriverai, quando arriverai. Perché a ottobre compio trent’anni, e non son più venti. Qualcosa è cambiato. Tanto per cominciare, avrai a che fare con una che è sopravvissuta a mille promesse e s’è fatta ammazzare dalle delusioni quel tanto che bastava per imparare a risorgere. Ti troverai davanti chi ha capito come cavarsela da sola, e sa montare i mobili dell’Ikea e cambiare una gomma e vangare un orto. Hai una bella sfiga perché invecchiando l’anima si indurisce, e io sarò sempre meno incline ai compromessi stupidi, alle tragedie facili, agli amori di facciata. E coi giorni ho capito a meraviglia quanto sia felice di avere accanto degli amici, ma anche come fare a mandar giù la malinconia che fiorisce quando son così sola da sentire la eco. Hai una bella sfiga, insomma. Perché son diventata coraggiosa, ma mi sono data anche il permesso di essere sensibile. Non avrò bisogno di protezione, perché stringerò i denti quando il mondo fa paura, ché in quei casi c’è da combattere e non da piangere, ma frignerò come una poppante di fronte a un cucciolo che impara a camminare, perché io la bellezza della vita la vedo nei tentativi, e quasi mai nei successi sfolgoranti. C’hai una bella sfiga perché non son finita, ma ho quasi concluso le installazioni principali. Potrai assistere a qualche app che si disinstalla, insomma. Ma il sistema operativo, ormai, è quello. 

Certo che hai un bel culo tu che arriverai, quando arriverai. Perché a ottobre compio trent’anni, e non son più venti. E in dieci anni – in quei dieci anni – una cambia, cresce, decide che è ora di smetterla di pensare ai principi azzurri, perché far la lavatrice con tutte quelle calzamaglie è sempre un casino. Tanto per cominciare ti troverai davanti una che ha capito il proprio passo. La direzione non è chiara, il sentiero è da decidere, ma so aroad-166543_1920.jpg quale velocità di crociera intendo attraversar la mia vita, e poco importa se l’arrivo sarà dietro l’angolo o perso nel tempo. Hai un bel culo perché se dieci anni fa la scrittura era un dubbio, ora è una certezza: metterò parole in fila fino all’ultimo dei miei respiri, e inventerò favole e racconterò storie, perché non c’è altro modo con cui io possa vedere il mondo. Ci sarà fantasia, nelle nostre vite, e avrò sempre qualche strato di pelle in meno per sentir meglio quel che mi circonda: capirò di più i silenzi, annuserò prima le incazzature. Per tua sfortuna, indovinerò le sorprese con sei mesi d’anticipo, ma farò finta di essere ogni volta stupita, lo giuro. Hai un bel culo perché una che è capace a cavarsela da sola ti chiederà aiuto solo quando davvero ne ha bisogno, e avrai tempo modo e spazio di coltivar la tua vita, senza dovermi fare da badante. Sarò meno incline ai compromessi stupidi ma più portata per la mediazione, non ci sarà spazio per le tragedie facili perché crescendo ho imparato che la vita ne riserva di autentiche, lascerò morire gli amori di facciata perché ti consumano e ti lasciano più rotta di una passione furente. Hai un bel culo, insomma. Perché in trent’anni son diventata coraggiosa, ma mi sono data anche il permesso di essere sensibile. Ho capito alla perfezione cosa intende Baricco quando parla di “pagar la schifezza”, e ho deciso che ci sono alcune schifezze che è meglio avere il coraggio di fare, perché è attorno a quelle che s’annida la vita. Però ho anche deciso che valeva la pena lasciarsi travolgere dal bello del mondo, e mangiar tristezze, gioie, sorprese, malinconie come se fosse sempre l’ultimo pasto di un condannato. Hai un bel culo perché non son finita, ma ho quasi concluso le installazioni principali, e avrai l’onere di scoprirmi, ma mai il timore di manipolarmi.

Soprattutto, hai una bella sfiga perché ho capito che aveva ragione chi, anni fa, mi ripeteva che nella vita nessuno è insostituibile. Per mia fortuna, però, gli ultimi dieci anni mi hanno anche fatto capire che alcune assenze pesano immensamente più delle presenze di rimpiazzo. E per questo, fidati, hai un bel culo. 

Cara Barbie.

12565432_1679848372300574_5352751700986933213_n-2Cara Barbie.

Io e te abbiamo avuto un rapporto un po’ controverso, ma è ora che te lo dica: mi piacevi. Sotto sotto, mi piacevi e mi divertivo, a giocar con te. Rodevo un po’ a sapere che l’unica castana strana era Midge, o Teresa, o come diavolo si chiamava. Quella si sposava e figliava, e tu nel frattempo diventavi medico, veterinario, pilota di aerei, segretaria, cuoca, cantante, ballerina, principessa, fata, poliziotta. Capiscimi, Barbie. Io nemmeno a sette anni ho mai detto “da grande mi sposo e faccio la mamma”, e temevo che esser medico, veterinario, pilota di aerei, segretaria, cuoca, cantante, ballerina, principessa, fata e poliziotta fosse una prerogativa delle bionde platino, non delle castane strane come me.

Per un po’ abbiamo litigato. O meglio, hai litigato con le mie tartarughe ninja, con cui ingaggiavi battaglie all’ultimo sangue, dopo aver rapito April – che poi, conoscendomi, era il caso di rapire una giornalista coi capelli rossicci? – e minacciato il Mondo. Archiviata la pratica “Barbie malvagia”, sei diventata una mia amica, anche se la storia dei diecimila vestiti non m’ha mai convinto. Avevo, tra le altre, due magnifiche versioni di te: una aveva un abito verdone, di velluto, un’altra un vestito di tulle rosa. Dovevano essere un’edizione limitata, perché la mamma mi aveva impedito di “spogliarle e ridurle come le altre“, cito testualmente.

Mi sei piaciuta, lo ammetto, quando sei comparsa a metà maggio, nel 1992. I ricordi, scusami, sono un po’ confusi: avevo cinque anni e mezzo e un terremoto biondo, di tre chili e quattrocentocinquanta grammi, era appena arrivato nella mia vita. Ero sul balcone di casa della nonna, credo, e mi sei comparsa tra le mani. “È un regalo di Fabio, il tuo fratellino”. So che mi son chiesta come diavolo avesse fatto, quello, ad essere appena nato e già con la possibilità di comprare Barbie, mentre io, che

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ero più grande, non potevo permettermela. Però eri bella. Bionda – aridaje – e con un costume da bagno. Attorno alla vita, una gonna di gommapiuma, da decorare con la schiuma colorata che c’era nella confezione. Mi sei piaciuta così tanto che credo di averti addirittura portato in ospedale per farti conoscere alla mamma, che era lì con Fabio. Sarà stato lungo sì e no venti centimetri, quel coso. Chissà come aveva fatto a comprarti. E mentre me lo chiedevo, lui con la sua manina mi stringeva l’indice e si comprava me, per sempre.

Non ti mentirò, Barbie. Non m’hai insegnato tu ad essere indipendente, forte, coraggiosa e pronta a diventare tutto quello che volessi. Lì è colpa di un discorso che m’ha fatto la mamma e di una penna che m’ha messo in mano papà. Tu, semmai, m’hai insegnato un po’ di leggerezza, di fantasia. Ed è per questo, credo, che vi ho tenute tutte, tu e le altre versioni di te, abiti inclusi: perché spero, un giorno, ci sarà una bimba a cui io possa insegnare ad esser forte e indipendente, e tu a viver leggera e spensierata. Un grazie, anzi, te lo dico in anticipo, anche per quella bambina che chissà se mai ci sarà: oggi hai abbandonato, almeno un po’, le gambe lunghe e gli occhi verdi per diventar più umana. Spilungona o cicciotta, coi capelli blu o gli occhi a mandorla, le gambe grosse o la pelle scura. Finalmente, hai capito che sì, insegnare alle bambine l’allegria è cosa buona e giusta e sì, dir loro che nella vita potranno essere medico, veterinario, pilota di aerei, segretaria, cuoca, cantante, ballerina, principessa, fata o poliziotta è sacrosanto. Ma che non c’è niente di meglio che essere se stessi, perché la vera forza, in fin dei conti, parte da lì.

Grazie da parte di una ex bimba, ancora cicciotta e ancora coi capelli castano strano. E scusa per quando Leonardo ti ha decapitato con la spada.

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Solo un gatto.

jack sally“Son solo gatti”, dicono, e tecnicamente hanno ragione. Hanno vibrisse e coda, orgoglio e orecchie a punta. “Solo gatti”, ripetono, e in cuor tuo pensi che sì, hanno ragione, son solo gatti.

E’ che dovresti spiegar loro di quante volte, tornando a casa nel cuore della notte, te li sei trovati lì, a pochi passi dalla porta, ad aspettarti con una tenacia fedele che, di solito, sta bene addosso ai cani. Quante mattine li hai visti più attenti alle tue carezze che alla ciotola di croccantini, quante notti te li sei trovati addosso, con un caldo atroce e un concerto di fusa nelle orecchie. Dovresti raccontare quante cose ti hanno insegnato, a partir da quella poesia di Neruda che ti viene in mente ogni volta che incroci il loro sguardo e che dice che ogni gatto vuol esser gatto dalla punta dei baffi alla punta della coda. E da quella frase lì sei partita, ed eri a pezzi come un puzzle, con la certezza di voler esser Stefania, dalla punta dei baffi alla punta della coda. Con gli occhi che si riflettevano in quelli di Amelia Pond, ché se non l’avessi incontrata là, in fondo alla strada, coperta di fango e con gli occhi chiusi, non avrei mai realizzato quanto vale la gratitudine e quanta reciprocità ci sia nella generosità. Di quanto mi abbia salvato, mentre io salvavo lei.

Son solo gatti, è vero, ma gatti che capiscono quando la giornata è andata storta e ti si arrotolano attorno alle gambe, col naso umido e il pelo morbido, come a dire che “farai schifo in tutto, umana, ma a me piaci anche così”. Gatti che si acciambellano accanto a te quando fai vincere il magone e “posso darti solo molte fusa e una leccata al naso, ma non piangere ché viene il magone anche a me”. Gatti, silenziosi, che ti fan capire come la vita vada presa con equilibrio e passione, fedeltà verso sé stessi e una sana dose di cinismo. Con i fatti, ti dimostrano che la vita non si addomestica, ma che quando riesci a ottenerne la fiducia sospettosa, sei già un passo più avanti. Ché il mondo potrà anche crollare, ma la musica, le fusa, ci abiteranno dentro per sempre, e allora sarà possibile ricominciare ancora, di nuovo, altrove.

Solo gatti, dicono. E non sanno quanto pesa un “solo”.