Fotografie.

bambina-kpgC-U43070644823618fbD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443Per lavoro e per natura, i miei occhi fotografano. Raramente ricordo un nome, pressoché mai un viso, ma quello che il mio sguardo inquadra, in qualche modo, mi si posa nel cervello e lì, lentamente, riposa.

Si son posate le immagini dei barconi rovesciati. Si son posati i commenti di chi diceva “ribaltiamoli, vediamo se nuotano”. Si son posati i corpi, galleggianti e senza vita, di chi non aveva che l’esistenza e una speranza. Si son posate le esternazioni razziste e senza cuore di chi poi si premura di fare un segno della croce e pregare la Madonna per vincere al SuperEnalotto. Si son posati gli occhi della bimba siriana con le braccia in alto, in segno di resa, di fronte ad un fotografo: del resto, quando a tre anni hai visto quel che hai visto, la paura – spaventosamente- vince la curiosità. Si son posate le testimonianze di chi ha accolto, di chi ha curato, di chi ha sfamato. Si sono posati i fattacci di Roma Capitale, le mani degli schiavi di Rosarno, la città di Palmira che cade, la testa di Khaled Asaad e quella di tutte le vittime del Califfato.

Si sono posate, ad una ad una, facendo quel male sottile e terribile che soltanto le spine di rosa sanno fare. Bruciando, pizzicando. Facendomi chiedere che mondo darò a chi verrà dopo di me, con quale faccia guarderò i miei bambini e spiegherò loro che c’ero, quando settanta persone sono morte asfissiate in un camion. Che c’ero, quando saltavano le teste di Khaled Asaad e di tanti altri. Ero lì, quando in duecento affogavano in un braccio di mare. Quando la gente scappava e si innalzavano i muri, ché più spaventosa della guerra in casa d’altri c’è solo la miseria in casa propria. C’ero, ed ero impotente: tra le mani, del resto, ho sempre e solo avuto penne e taccuini, certa del fatto che a far la differenza, a far paura davvero, sarebbero state donne con un cervello e un’istruzione, e non uomini con fucili e scimitarre. L’immagine dei morti tra il Burgenland Neusiedl e Parndorf, però, si è tuffata più in profondità delle altre. Quei corpi, ammassati come sacchi di carne, senza vita e senza aria, hanno sollevato come un’ondata tutti gli altri ricordi. Quelli della bimba con le braccia in alto, quelli del ragazzo che galleggia, schiena in sù e viso in acqua, senza vita. Quelli dei migranti schiacciati contro il filo spinato, quelli di chi “ammazzarli tutti, ma ora scusa che vado a Messa”.

Un giorno, lo so, farò i conti con la storia: li farò come donna, come essere umano, come giornalista e come credente. E come donna, come essere umano, come giornalista e come credente dovrò rispondere di omissioni e di paure, sarò trovata mancante di fronte al Dio in cui spero e alla Storia in cui credo. Eppure, statene certi, in fila con me, con voi, ci saranno anche quelli che “ribaltiamo le barche e vediamo se galleggiano”, quelli che lucrano sulla disperazione, quelli che cuciono il futuro di un bambino con del filo spinato, quelli che “prima gli Italiani, anzi prima la mia città, anzi prima la mia famiglia, anzi prima io”, quelli che al prete confessano il peccato di gola, ma non capiscono il peccato di cuore, ché a dire “muoiano a casa loro” non ce ne deve esser molto, di muscolo cardiaco. Il conto sarà salato per tutti, ma spero mi concederanno il lusso di poter stare a debita distanza da loro.