L’amore ce la fa. Sempre. Piano piano e ovunque.

11665561_10153195122361749_4550774236824323864_nQuesto è un post che parla di maternità ma, tanto vale dirlo subito, io non son mamma. Non solo. Non son mamma e, con la maternità, ho sempre avuto lo stesso rapporto che mi fiorisce dentro di fronte ad una maratona: fondamentalmente sono d’accordo, la trovo una cosa bellissima in cui non son certa di volermi cimentare, ma ammiro molto chi ce la fa. Insomma, mi puzza un po’ la faccenda che per esser donne vere ci si debba per forza riprodurre e resto graniticamente ferma nella convinzione che un figlio non possa essere un antidoto al tempo che passa, ma una promessa che si sceglie di mantenere. Per questo, credo, sarei una brava mamma.

Non son mamma, certo, ma se lo fossi o se progettassi di diventarlo , vorrei qualche cosa per i miei bambini – perché se scegliessi di diventar mamma, sarebbe per un numero superiore all’uno, ma inferiore ai quattro.

Vorrei un mondo in cui l’amore – quello tra due esseri consenzienti, adulti e consapevoli – non è reato. Vorrei un mondo in cui la finzione dell’amore – quella tra due esseri consenzienti, adulti e consapevoli – lo è. Vorrei un mondo in cui le diversità sono sinonimo di comprensione, curiosità e ricchezza. Lo vorrei perché ho imparato che, pur detestando profondamente la matematica, è bello poter dialogare con qualcuno che invece conosce la materia e mi sa portare là dove io non riesco ad arrivare.

Vorrei spiegare ai miei figli che abbiamo lottato per dar loro i diritti che realmente avevano: quello di avere una Terra sana, un mondo in cui vivere e nel quale poter immaginare mille altre generazioni. Vorrei raccontare loro di quando ci siamo ricordati che non avevamo tra le mani un’eredità dal passato ma un prestito del futuro, fermato il treno in corsa e concedesso loro la possibilità di avere acqua pulita, aria respirabile, il rinoceronte bianco, la Foresta Amazzonica, mari in cui fare il bagno e calotte polari intatte.

Vorrei dar loro una società che sappia di civiltà, in cui i diritti non si confondono con le imposizioni sociali. Sapranno che ognuno può credere in quel che vuole, anche in nulla, ma solo dopo averci riflettuto. Spiegherò loro che non credere in nulla non potrà essere una giustificazione per un’assenza di etica e di spiritualità, e che anche se ringrazieranno ogni mattina il respiro di vita che hanno nel cuore sarà per me, mamma, più che sufficiente. Vorrei sapessero non guarir mai da quella incredibile semplicità che permette loro di prendere atto delle diversità, senza per questo trasformarle in differenze. Che non è la sfumatura di pelle o il Dio che si sceglie, a far la differenza, ma la propria capacità di convivere e condividere. Me li immagino capaci di parlare un’altra lingua, oltre alla mia. Me li immagino, soprattutto, curiosi di impararne ancora, perché se c’è una cosa che mi ha insegnato il mio liceo è che tante grammatiche, nella testa, non possono che far bene.

Ieri, di fronte ad un tripudio di bandiere arcobaleno, ho spuntato un’altra cosa che potrò dir loro, quando e se verranno al mondo: l’amore ce la fa. Sempre. Piano piano, ovunque. 

Quel che resta.

once-upon-a-time-719174_1280Leggere libri mi ha insegnato una cosa: ogni storia che finisce – poco importa se sia la saga Harry Potter o la tua ultima relazione – ti lascia qualcosa. Tecnicamente, fisicamente, sono favole andate, ma sai benissimo anche da te che son presenti, e porca miseria se son presenti. 

Ogni volta che sento di una madre che difende la prole mi viene in mente quel “Not my daughter, bitch”, pronunciato dall’immensa Molly Weasley. Ad ogni storico e stoico innamorato, rimbomba nella mia testa un “After all this time?”. Puntuale, di fronte ad ogni problema, arriva la voce di Silente che ricorda che son le scelte che facciamo che dimostrano ciò che siamo realmente, in barba alle nostre capacità.

I libri, però, sono un magnifico specchio della vita reale. Anche tu, sei mesi dopo, m’hai lasciato qualcosa. Ci penso – ti penso – ogni volta che qualcuno mi dice che c’è un concerto. Quando si parla di Pietrino, ché mi sa che la Fiordibosco la mangerò, ma mi resterà sempre un po’ sullo stomaco. Sei nella mia testa mentre mi chiedo – lo faccio anche coi libri, sarà patologico? – quanto quello che ho vissuto, visto, fosse reale.

Recentemente ho avuto modo di notare quanto di te ci fosse ancora fisicamente, tra queste pareti. Molto, tanto. Troppo? In fin dei conti lo spazio è quello che è, e noi qui siamo già un bel numero. Così le tue ciabatte son diventate il gioco preferito di Amelia, fino a quando anche lei s’è stufata di averle attorno. Con lo spazzolino c’ho pulito le fughe delle piastrelle, ringraziandomi per aver scelto le setole dure: ho un bagno che è una meraviglia. I biscotti che ti piacevano son finiti, i regali ormai nascosti nel fondo di un cassetto troppo poco profondo.

Non che mi auguri che il tempo scavi i miei comò, s’intende. Forse, però, saprò fare quel che ho fatto sempre, dopo ogni storia e dopo ogni libro: una carezza alla copertina chiusa, un sospiro di quelli che han dentro un “grazie” e un “addio”, un rapido conto delle cose belle da ricordare, ché verranno a galla, lo so. E poi un nuovo libro, un’altra vita, un’altra me. Del resto l’ho imparato sul campo: ti resta in testa solo ciò che davvero conta.