Amor proprio, amor mio

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Prima di capir cosa fosse l’amore, ho dovuto cancellar tutto quello che amore non era.

Mi son lasciata attraversare dalle mille gradazioni di colore d’un sentimento che ha più sfumature d’un quadro impressionista, per poi scoprire che poche cose sanno essere definite, nette e inequivocabili come l’amore. Ho provato la dipendenza – straziante dipendenza, tormentata dipendenza – e le ho permesso di arrugginirmi le ali, di stritolarmi il respiro. Ho sperimentato l’illusione  – anonima illusione, sfiancante illusione – e le ho lasciato il potere d’annoiarmi i giorni, di farmi credere che ad accontentarsi si sarebbe potuti comunque essere felici. O per lo meno sereni. O più probabilmente un po’ meno soli. Ho concesso al mio cuore la passione – travolgente passione, effimera passione – e le ho comandato di farmi sentir viva, di scrollarmi di dosso il dolore, il cinismo e l’insoddisfazione.

C’è voluto un po’ per capire che nessuno dei tre – dipendenza, illusione, passione – sapeva essere amore: cercavo la cura senza conoscer la malattia, giocavo a scacchi senza avere neppure la più pallida idea di quali fossero le regole del gioco. Soprattutto, m’illudevo che qualcuno fosse in grado di provar per me ciò che io stessa non ero in grado di pensare. Esigevo dolcezza – e non me ne concedevo. Pretendevo rispetto – eppure non me ne accordavo. Cercavo comprensione – senza avere la forza di interrompere il tamburo incessante di giudizi che mi rintronavano il cervello.

Ecco, per capire cosa fosse l’amore, son partita da lì. Mi son guardata allo specchio ogni giorno, per mesi, scavando nei miei occhi per salvare quella parte di me che aveva deciso d’amarsi, più d’ogni altra cosa. Ho osservato le mie spalle sollevare pesi, le mie gambe piegarsi e la mia schiena restar dritta, sostenuta dal coraggio di chi aveva compreso la voglia di pagare un riscatto maturato negli anni, per salvare un ostaggio ancora vivo. Mi son concessa la dolcezza di sbagliare, l’infinita pazienza che serve, ad una impaziente, per capire d’esser fragile, come tutti. Spaventata, come tutti. Umana, come tutti.

Ho capito cosa fosse l’amore in sua assenza, ne ho tracciato l’identikit dopo averne sentito parlare. L’ho riversato su di me, ché servono cavie, per simili esperimenti, e non è il caso di mietere vittime. Ho inoculato il germe, ne ho osservato i miracoli, tentato di contagiare un altro essere umano. Per un po’ ci son riuscita, o forse non ci son riuscita affatto: qualcosa s’è rotto, gli alambicchi si son sbeccati e mi son trovata sola, seduta sul marmo freddo d’un laboratorio, a raccogliere i cocci, a reagire al contraccolpo. Ho realizzato, così, che non tutte le medicine salvano le vite di chi le sperimenta, e forse era il principio attivo, a non andar bene, forse avevo sbagliato dosi. Forse c’erano altri farmaci in circolo, e qualcosa aveva fatto reazione. In lui. Non in me.

La terapia che mi son prescritta qualche, di cui ho prepotentemente alzato le dosi sei mesi fa, funziona su me stessa. Più mi amo, più mi amerei. Più mi amerei, più si alza quell’asticella che mi faceva dire dei sì travestiti da no, dei sempre nascosti come se fossero dei mai. Aveva ragione Sant’Agostino: ama e fa’ ciò che vuoi. 

 

 

 

 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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