Passo.

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M’è capitato di scegliere parecchie volte. Con cura, con quella metodica pazienza che è mi è tanto cara, soppesando i pro e i contro per poi buttar tutto all’aria e seguire la pancia. Ho scelto un uomo, e poi ho scelto di non sceglierlo più. Ho scelto un lavoro, e poi ho scelto di abbandonarlo. Ho scelto di nascondermi dietro ad un dito, e con la stessa cieca dedizione ho scelto di spalancare gli occhi, soppesarmi con un metro che non sapesse di indulgenza, né di spietata cattiveria. Ho scelto tanto, soprattutto negli ultimi anni. Sentieri, strade, compagni e scarponi. Zaini, soprattutto, decidendo che c’erano alcuni pesi che, semplicemente, eran più zavorra che contenuto. Ho scelto il cammino ed il passo, permettendomi la strada meno battuta, più buia, più selvatica: è venuto fuori che un sentiero simile lascia veder meglio le stelle, e soltanto chi ha il tuo cuore, i tuoi polpacci, il tuo fiato, accetta di percorrerlo con te.

Ho scelto, e ho capito all’improvviso quanta scelta fosse nascosta in un silenzio, nell’arte del non sbilanciarsi, nella meschina natura di chi ti carica di colpe e si lamenta del tuo passo lento e affaticato. L’ho capito e ho mollato la zavorra che avevo sulle spalle, tra le ali, pronta a decider per me, tutta sola e tutta mia, di quale morte morire. Foss’anche stata in volo, o immobile in me stessa. Ecco. In quel momento ho tenuto fede alla promessa che m’ero fatta da bambina, in quell’istante son stata tutti i personaggi di tutti i miei libri preferiti, magicamente insieme. Ho volato, planato, lottato e, lentamente, mi son caricata di nuove zavorre, di altri pesi inutili, certa d’una sola, granitica certezza: avrei saputo scegliere ancora, e ancora, e ancora, scrollar la polvere dagli scarponi e ripartire, poggiar quei ricordi belli – ma pesanti – oppure leggeri – ma brutti e vuoti.

Ho percorso la sottile linea d’ombra che divide quel che ho sempre creduto d’essere con quel che avrei potuto diventare, l’ho costeggiata e sedotta con pazienza implacabile, con estenuante cura l’ho osservata, cogliendo le sfumature dei dovrei e dei vorrei, dei potrei e dei mi tocca. Allungare il passo è stato inevitabile: lo zaino, del resto, era vuoto da zavorre, gli scarponi avevan preso il ritmo e avevo un vento di coraggio che sfruttava la vela della mia incoscienza, del mio istinto. Così, pareva una magia, son diventata altro, son diventata me, continuando a saltellare quella corda di chiaroscuri che divide tutte le persone che son stata, tutte quelle che sarò. Al solito, continuo a caricarmi di zavorre che poi abbandono dopo un tratto di strada. Al solito, mi circondo di magnifici compagni di viaggio. Al solito, cammino. Passo.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

1 commento su “Passo.”

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