Empatahia.

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Ho un problema. Ne ho più di uno, a dirla tutta, ma questo è particolarmente fastidioso. Nei mesi che mi son regalata per ricostruir me stessa, ho cercato di potare i rami di quel che credevo d’essere, di quel che il mondo mi aveva convinto a diventare e pure di quel che mi aveva resa me stessa, ma che ormai pareva più morto che vivo. Son giunta a due aggettivi, in cui mi rispecchio a meraviglia. Sono entusiasta. E sono empatica.

Capite bene, già questo è di per sé un problema. Perché da che ho memoria – e la mia memoria affonda le proprie radici, suppergiù, nei miei cinque anni – son sempre stata empatica. Bravissima a mascherare le emozioni, ma senza un paio di strati di pelle per sentirle meglio. Fin da quando son bambina, mi innervosisco accanto ad un nervoso, mi sale il magone di fianco ad un mogio, mi esalto con un allegro. La cosa è molto bella – e molto utile, se con le sensazioni e le parole sogni di campare, un giorno – ma anche parecchio fastidiosa. Perché l’altra metà di me, quella che non è empatica, è entusiasta. Sempre, d’indole, in un modo tanto fastidioso quanto innocente. Per trovare un paragone adatto, provate ad immaginare un cane. Di quelli grossi, pure un po’ ingombranti. Un Labrador, un Golden Retriever. Una Keira. Un Dug di Up. Allegro – sempre. Carico – sempre. Consapevole dei propri limiti, ma disposto a buttarsi – sempre. Felice – nei limiti del possibile.

Ecco. Quando son sola, tutta mia, sono un Labrador, fiero e soddisfatto della propria visione di mondo. Poi inciampo nei sentimenti delle persone e li assorbo al punto che il cane torna mesto nella cuccia, e addio euforia. Il labrador si incrocia con un camaleonte, e vien fuori uno schifo. Un labradoronte. Un camalador. Una roba che non sa esser felice delle proprie felicità, se c’è qualcuno di triste attorno. Un essere che non riesce ad esser triste per le proprie rogne, se ha accanto qualcuno di felice. Un incrocio poco riuscito, un esperimento genetico davvero bizzarro. Uno scherzo della natura che mi fa soffrire, sì, ma anche sorridere. Perché nella mia pelle da Labrador campo magnificamente, ma senza le squame del camaleonte vedrei il mondo a metà, ne comprenderei solo una manciata di colori. Entusiasta ed empatica, empatica ed entusiasta. Ad averlo saputo, forse, sarei nata gatto.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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