Potrei dirti.

09a2741fefacd7ee795f1a69291eeb61Potrei dirti che non ci sei più.

Che son dieci anni che al tuo posto c’è un vuoto fastidioso, brutale ed incolmabile. Che la tua poltrona resta lì – e chi ci si siede più? – ma che l’ho spostata in camera, tra l’armadio e la parete, perché ci son sere in cui il buio è più buio ed io, dal mio angolo di letto, la fisso e mi sento meno sola. Potrei dirti che le pareti sono colorate, ora, e i pavimenti han sempre le impronte. Che la cucina è cambiata, che c’è quasi sempre odore di cose scaldate e raramente di piatti cucinati. Potrei dirti che quella faccenda del pollice verde s’è persa negli anni, e ora mi muoiono anche i fiori di plastica. Che non so più fare a maglia, anzi che sono ancora perfettamente capace ma mi viene il magone a provarci. Potrei dirti che ogni mese provo a fare la pasta coi funghi, nel vano tentativo di copiarti il sugo. Ci son quasi, nonna, manca solo quel niente che – temo – tu ti sia portata via, nascosto nel polsino del maglione, insieme ad un fazzoletto di stoffa.

Potrei dirti che ci sei sempre.

Che non c’è appuntamento, colloquio, evento importante cui non ti abbia trascinata, nascosta in un anello che ho messo anche tra le mani di Bolivia, perché lei non è me, ma una nonna come te se la sarebbe meritata. Potrei dirti che tutte le volte che la salita mi tagliava le gambe, prima di ogni salto che spezzava il fiato, quando mi sentivo bestia rara e sola, solitaria e quasi estinta, spingevo la testa tra le mani e digrignavo un “aiutami tu“. Potrei dirti che non c’è stata lacrima che non abbia fatto fiorire in me il pensiero di quanto ti saresti rammaricata, a vedermi piangere senza poter fare nulla. T’immaginavo in un angolo, con i capelli arruffati e le dita storte, la schiena incriccata ed il maglioncino azzurro, mentre stringevi le labbra e frugavi nella borsa, cercando una pastiglia valda. Potrei dirti che a volte avrei pagato oro per un tuo consiglio, e che questo m’ha spinto ad ascoltare il mio istinto, a prender fiato e coraggio, a ballare senza sapere i passi.

Potrei dirti che sei nei dettagli.

Quelli che mi ricordo e quelli che mi fanno ricordare i bambini, quando mi cercano per farsi spiegare la questione di Lavoisier. Me l’ero raccontata una volta per consolarmi, l’ho regalata ad una bimba e poi ad un libro, e da lì è diventata un po’ di tutti quelli che hanno un dolore così sordo che spezza il fiato, così balordo che toglie la fame. Sei nei gesti che faccio senza nemmeno rendermi conto, sei in un amico fatto della pasta di cui son fatti i fratelli che mi chiama “ninni”, e a me suona tanto come quel “ninei” che mi manca un po’ troppo. Sei ovunque io sia, ma ci son dei momenti in cui sei sopita, come un rumore di fondo che mi culla. Sei nel mio dente scheggiato, sei nella fatica che ho fatto a lasciarti andar via. Sei nella pietra acquamarina di quell’anello che non vale un tubo, ma che per me è insostituibile. Sei nelle frittelle al caffè, negli alberi di frutta e nelle carote dell’orto, quando deciderò di volere di nuovo un orto. Sei nel mughetto che fiorisce in primavera, sei nelle ortensie che mi stupiscono ogni volta che sopravvivono alla mia imbranataggine. nonnaMaria

La verità, nonna, è che ci son giorni in cui non ci sei e giorni in cui ti trovo in ogni piega di vita, giorni in cui sorrido scoprendo che ti sei cacciata in un dettaglio e giorni che mi chiedo dove tu sia finita, perché alla faccenda di Lavoisier ci credo davvero. Ci son giorni in cui mi sento tua nipote e giorni in cui sono solo Stefania. Ci sono giorni in cui racconto a una bimba in lacrime che la mia nonna faceva la cuoca e io brucio il sugo, e al suo sguardo perplesso rispondo che ogni tanto mi riesce bene un dolce e che la genetica è sempre una sorpresa. Ci son giorni in cui riesco a far la mia magia, a metter parole in fila e ad ammaestrarle a suon di virgole, e mi pare di riportare in vita tutti. Te, il nonno Mimmi, il nonno Poppo. Black. Mirtillo. I pomodori dell’orto e gli abeti di fronte a casa, l’altalena e l’albicocco. Siete lì e io son di nuovo piccola, con una vita facile e felice, un fratello di un paio di anni e una cameretta da condividere. Però, nonna, devo dirtelo. Ci son giorni in cui questa magia non mi riesce, non mi va. Giorni frequenti in cui son felice – completa, serena, appagata – nei panni di questa Stefania che non hai conosciuto e che non potevi immaginare. Giorni in cui c’è abbastanza futuro, poco passato, molto presente.

C’ho messo dieci anni, nonna, ma mi son data il permesso di essere felice anche se non posso correre a raccontartelo. E se ci penso, se lo dico a voce alta, mi pare di vederti, sulla tua poltrona, mentre arricci la bocca in un sorriso, come a dire che le mille volte in cui m’hai visto piangere senza poter fare niente, in fondo, valgono la soddisfazione di sapere, una volta per tutte, che ho imparato la preziosa arte della libertà.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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