Cronache di una Storia.

22096215_1685837791446702_6074506281722108153_oSon stata donna, ed era il 1550, o giù di lì. Vivevo tra i mercenari, in un accampamento fatto di soldati e donne, un frate con la sua Misericordia e una bimba ed i suoi giochi, un gobbo appestato e un capitano. I miei compagni d’avventura sapevano impastar le focacce e cuocerle sul fuoco, tirar di spada e usar la picca, buttar giù un uovo di legno con una sassata e affilare le lame. Mentre ero tra di loro ho udito un cannone sparare, ho avvertito il legno della gogna e il ferro delle catene, ho riso di una tortura che m’ha fatto sentir prigioniera di una risata incontrollata, ho tentato di imparare come maneggiare una spada, perché ero donna, sì, ma potevo, dovevo essere capace. Io e il vestito rosso che m’avevano dato, io e il mantello che m’han prestato.

Son stata donna, ed era un tempo lontano, prima che arrivasse dall’oriente una Buona Novella, o da cuore dell’Italia un esercito di soldati romani. Avevo addosso calda lana, attorno alla vita una cinta che indicava che ero nobile, al collo un gioiello che spiegava che ero libera. Nel mio accampamento l’uomo era un mio pari, e c’era ancora quell’aria di matriarcato che permeava il mondo, ed ero figlia della Terra e dei Boschi tanto quanto l’altra metà del mio cielo. Sapevo lavorare i metalli, cacciare i cinghiali per gli ospiti importanti, tessere ed usare i colori, indossavo pantaloni per pascolar gli animali e mangiavo torte di pane e idromele. Ero una Celta di queste parti, fiera e orgogliosa. Una mia compagna d’accampamento, coi riccioli rossi, diceva che eravamo i tamarri dell’antichità, e aveva ragione da vendere.

Son stata donna, ed ero una dama di corte. Per vestirmi ci voleva una squadra intera, per arrotondare i fianchi un’impalcatura, ma quell’abito era una meraviglia, e la pazienza valeva il risultato. Avevo un’andatura elegante e un’espressione altezzosa, un ventaglio con cui nascondere il viso e un sorriso con cui nascondere i pensieri. Ero in un mondo di uomini, ma come le mie simili ne reggevo le fila, ne orchestravo gli intenti. L’arte più raffinata era la diplomazia, quella più sottile l’astuzia, ed ogni passo di danza portava con sé tutto il mio potere di donna, di dama, di femmina. 22154381_1685707204793094_3673134796853790276_n

Son stata donna, ed era un’epoca fatta di un’Italia frammentata, terra di mille Comuni. I miei fratelli, i miei compaesani, facevano i fabbri e i contadini e i macellai, ma andavano in guerra, all’occorrenza. Le armi erano quelle che erano, e solo una manciata facevano davvero i soldati. Gli altri campavano di vita, e incontravano raramente la morte in battaglia. Tra gnocchi di formaggio – chi le avrebbe conosciute, le patate, per i quattrocento anni a venire? – e birra e vino speziato ho ascoltato storie di arcieri, della guerra dei Cent’Anni e di come si fosse annuvolato di frecce, un giorno, il cielo di Azincourt.

Son stata donna, ed era la scorsa domenica. Ero nella mia città, ad un Raduno Multiepocale in cui ho potuto realizzare un sogno che cullo da che son bimba: saltare avanti e indietro nel tempo, scoprire il mondo passato con occhi nuovi, provare quel che sapevo avrei tentato, se solo fossi nata nel 1500 o tra i Celti o nel 1700 o durante il Medioevo. Ho scoperto che con una spada o un arco in mano mi sento a mio agio, ho capito che dietro ad un ventaglio o con l’espressione fiera si nasconde una Stefania che non conoscevo. Soprattutto, m’è stata data la possibilità di toccar con mano la passione, la dedizione, l’impegno e la preparazione di chi vive ogni giorno dell’anno la bellezza e la complessità di un gruppo storico, di una squadra di rievocatori.

A loro – il gruppo di Incisa 1514, i Teuta Vertamocori, la Corte di Venaria Reale di Torino e l’Associazione Culturale Gualdana del Seprio di Lazzate, il mio più grande grazie: avete reso una curiosa felice. Agli organizzatori del Raduno Multiepocale, il mio applauso più entusiasta: avete creato un mondo magico e lo alimentate con passione genuina e profonda dedizione. Alla mia amica Elisa, la scheggia bionda e riccia che è rimbalzata per tutti i bastioni, più forte della tensione, più dura della stanchezza, l’abbraccio più orgoglioso che ho: t’ho voluto bene per tutto il corso di svariati millenni, e non potrei essere più veritiera e letterale.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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