Il Compromesso

18620270_1542967292400420_5544135214304167310_nEra sempre la stessa storia, ogni sera. Quando era ora di tornare a casa, di abbandonare quell’immenso mondo tutto mio, di salutare i nonni, tentavo sempre di svicolare. Non che non mi piacesse stare tra le mura dell’appartamento che ospitava me ed i miei, beninteso, ma ho sempre avuto questa tendenza al melodrammatico, all’addio struggente, anche se i pochi minuti che impiegavo a raggiungere mamma e papà erano più che sufficienti a farmi passare il magone e ad incollarmi addosso la voglia di giocare nella mia cameretta. Ad ogni modo, dicevo, svicolavo, brava come pochi a trovar scuse, ad inventar palle, per sottrarmi all’inevitabile. Capitava, così, che la mamma minacciasse un “io vado, resti qui da sola“, cui puntualmente seguiva un mio “va bene, ciao“, molto poco spaventato e decisamente irritante: del resto capitemi, io volevo restare, e con la stessa identica forza volevo tornare a casa con la mia mamma, guardare Sailor Moon e giocare con le Tartarughe Ninja.

Avevo impiegato poco tempo a capire che l’ubiquità era prerogativa divina e che io – cinque anni, quasi sei – non potevo ardire a tanto, costretta a piegare il mio non onnipotente capo ad una scelta. Potevo restare dov’ero – far le frittelle con la nonna, zappare l’orto col nonno, inseguire la gatta e metterla nella culla, fingere di scrivere un po’, srotolare tutti gli asciugamani e coricarmici dentro, far quattro salti di corda e due voli con l’altalena – o andare dove sarei comunque dovuta essere, da lì a non molto. Salutare i nonni, certa che li avrei rivisti il giorno seguente, e seguir la mamma o il papà fino a casa, come ogni bambina normale. La soluzione arrivava sempre in una manciata di minuti, suggerita dall’una o dall’altra parte, ma capitava, raramente, che si creassero i presupposti per un compromesso. La mamma proseguiva nelle sue commissioni, la nonna si diceva disposta a guardarmi giocare ancora un po’, e io mi cullavo in quel limbo, perché a scegliere, sotto sotto, ho sempre fatto un po’ schifo. Il compromesso prevedeva uno strumento imprescindibile: il motorino del nonno. Non so dirvi la marca, né la cilindrata, né il colore, ma ricordo perfettamente il rumore che faceva quando veniva messo in moto, e le formiche che mi lasciava sulla punta delle dita, dopo che avevo stretto il manubrio, seduta in punta al sellino. Pare quasi di sentirne l’odore, quella nafta magnifica e intossicante che sa d’infanzia, ora, come poche altre cose.

Il rituale era sempre lo stesso: il nonno avviava la motoretta, ancora sul cavalletto, spingendo i pedali coi piedi. Io salutavo la nonna – l’inevitabile s’era fatto improvvisamente atteso, perché van bene le frittelle, nonna, ma questo è un motorino – e aspettavo sulla strada di ghiaia, paziente e stranamente silenziosa. Il nonno portava fuori il motorino, mentre la nonna lo seguiva con lo sguardo dal balcone, o si premurava di richiudere il cancello bianco. Salivo sul motorino – Davanti? Davanti, e tieniti bene! Sì nonno. Facciamo il giro lungo? Sì nonno. Va bene, ma tu tieniti forte – e attendevo il mio rituale preferito. Più dell’odore della nafta, più delle formiche sulle braccia, più dell’aria tra i capelli dei 30 chilometri all’ora della motoretta di mio nonno, io aspettavo quel teatrino. Ora lo so, loro sapevano, ma all’epoca pareva improvvisassero, e a cinque anni e mezzo quasi sei non ti viene il dubbio che un matrimonio tanto lungo sia un canovaccio in cui si va a braccio, ma con dei piacevoli ritornelli. “Và pià” suggeriva lei, i cui capelli si imbiancavano un po’ ogni volta che mi vedeva salir su quel trabiccolo. “Tranquilla”, rispondeva lui, che moriva di paura ogni volta che mi sentiva stringere quel manubrio. “Son grande, nonna”, controbattevo io, piccola e saputella.

Di colpo, poi, la battuta. Quella che sta, nella mia mente, al “Francamente me ne infischio” dei cinefili di tutto il mondo. Una manciata di parole semplici, d’effetto e che mai in vita mia avrei saputo riutilizzare. Io che lotto con le parole ogni giorno, io che le addomestico per natura, non so ricrear la magia di quel gioco, l’atmosfera di quel teatrino. Il nonno toglieva il cavalletto alla motoretta, si sedeva dietro di me e “Nonna – urlava – saluta il nonno!”. Poi, senza nemmeno attender la risposta, partiva, tra polvere di benzina e di ghiaia. Ho passato tutti i viaggi di ritorno sul Compromesso a pensare a quel gioco di parole, ad immaginare il Nonno che diceva alla Nonna di salutare il Nonno. Affascinata da quel teatrino, da quel giochetto meraviglioso. Me ne sono dimenticata per una vita e m’è tornato tutto alla mente oggi, mentre affacciata a quel balcone – lo stesso da cui ci guardava la nonna – fissavo il cancello bianco – lo stesso oltre il quale ci trovavamo io e il Nonno. Ho capito così, in quel preciso istante, che non son mai stata brava con le decisioni radicali, e che ho sempre amato i compromessi, anche se mi facevano tremar le mani e puzzavano di nafta. E che quel gioco di parole, quel teatrino lì, mi mancherà un po’ per sempre. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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