Amore che vieni, amore che vai.

c21bfb084257ddcf9902549fe6faa708T’ho amato tanto, con l’incoscienza dei sedici anni e la testardaggine dei venti e l’abbandono dei venticinque e il dolore dei trenta. T’ho amato e non avrei saputo amarti diversamente, né di più. Avrei potuto amarti meglio, probabilmente. Con più fedeltà, sicuramente, con maggiore astuzia senza ogni ombra di dubbio. Ma con più passione, più cieca devozione, più instancabile trasporto no, ne son sicura. Lo dico con tanta sfacciataggine perché so che sei il mio amore imperfetto da che ho deciso d’essere capace d’amare, e da quel momento, da quando – in bicicletta, una sera di giugno, ricordo il punto preciso – ho pensato “voglio far la giornalista e fumare e vivere in America” sei stato lì, fratello e fardello di un’interminabile serie di giorni.

T’ho amato disperatamente, innamorandomi dei tuoi difetti e lasciandomeli scivolare addosso, seconda pelle su un corpo ancora in bilico in una strada tutta da decidere. T’ho amato e m’ero convinta che non sarebbe mai finita, come si fa con il primo amore, come si fa con i sogni che si coltivano da che si è bambini. Ho scritto e riscritto, aggiunto e cancellato, spostato aggettivi e cambiato concordanze, corretto bozze e scelto titoli, domandato quante battute-quanti moduli-quante parole. La prima volta che t’ho incontrato davvero – e da quanto ti corteggiavo? – avevo sedici anni da compiere, una maglia di lana rosa, una pashmina fucsia e un paio di pantaloni neri. Ero entrata in quella che sarebbe stata la mia prima redazione e tra quei fogli, quei giornali, quell’odore di sigarette e di tempo che scappa troppo in fretta m’ero sentita sulla strada giusta: non sapevo a che velocità sapesse andare il destino ma ero certa che il mio, quella sera, m’avesse dato appuntamento lì. Ricordo il primo articolo, corretto da papà, come un tema. Ricordo ancora meglio quando ho deciso che mi sarei riletta le bozze da sola, perché le ginocchia non mi tremavano più. Ricordo la prima firma stampata, bella come il sole, ancora lì, tra i faldoni nella mia libreria. E da lì, poi, parole e inchiostro, inchiostro e parole. Cambia la mansione, cambia la testata, cambia ancora una volta, “no, io non scrivo mai più“, “d’accordo ci riprovo“, “ora basta davvero“, “a chi la voglio dare a bere?“.  Ricordo le penne magnifiche che m’hanno affascinato, i taccuini di provincia e quelli nazionali, i grandi che ho conosciuto e i grandissimi su cui ho lasciato il cuore. Ricordo la voce sottile di Franco Marchiaro che mi bisbiglia i nomi delle persone attorno al tavolo della conferenza stampa, i miei diciannove anni ed i suoi ottanta fianco a fianco. Ricordo gli occhi di don Walter, persi in quella nebbia di sigarette mentre scorre veloce la bozza di un articolo. Ricordo i racconti di Càndito, il modo in cui mi son sentita uscendo dal suo esame: per la seconda volta in vita mia non sapevo a che velocità andasse il destino ma ero certa che il mio, quella mattina, m’avesse dato appuntamento lì. 3870125-Giuseppe-Colombo-BIG

T’ho amato tanto, anche quando m’arrabbiavo selvaggiamente con te. Lo facevo quando mi deludevi – ma non eri tu, ero io -, lo facevo quando mi ferivi – ma non eri tu, era il resto del mondo. T’ho amato e ho accettato di dividerti con altri mille come me, che t’amavano della stessa forza, con la stessa passione, magari con maggiore diritto: quelle relazioni m’han sempre fatto capire quanto fosse incredibile quel sentimento che mi legava a te, grande amore della mia vita. T’ho amato e ho sofferto a dividerti con altri mille tanto diversi da me, che t’amavano per moda, per convenienza e in nome di quella moda, quella convenienza, ti maltrattavano e ti ridicolizzavano, e a me tremavan le braccia e i polsi, perché t’avrei voluto difendere mangiandomeli tutti. 

T’ho amato e l’ho capito stasera, quanto. Dopo anni passati a pensare che l’unico amore fosse quello che m’aveva lasciata zoppa, bambola rotta in un carillon di cui tutti paiono sapere la melodia. Credevo che alcuni strappi m’avessero reso sordi i sentimenti, che l’amore mi fosse precluso perché certe note, alcuni rintocchi, non potevo più sentirli per colpa di rimbombi vecchi dieci anni. Stasera, invece, t’ho ritrovato in un articolo, uno degli ultimi, e t’ho guardato tanto, come si fa con le foto di un amore da liceo, quando ci si chiede “ma che, ero davvero così?“. Occhi nelle sillabe, e ho capito che non ho mai saputo ascoltare certi minuetti perché avevo le orecchie ancorate alle tue cariche, alle tue cavalcate, alle tue fughe rocambolesche. Non era stata la caduta da un amore sbilenco, a rendermi incapace di ballare, ma il fatto che ascoltassi un altro ritmo, il tuo. Da sempre, innamorata come una scema. Fino a quando non ho capito di non amarti più.

A trent’anni – trentuno – è normale avere un angolo di cuore subaffittato a un vecchio amore. C’è chi lo preserva per quello dell’asilo, c’è chi lo tiene stretto per il primo. Io, che son fatta strana, che son fatta a modo mio, mi sono accorta di averlo lasciato a te. Il giornalismo, l’amore della mia vita, fino a quando ho capito di non poter più amare la vita che facevo. C’ho messo tanto, a far ruzzolare queste parole giù dalla punta delle mie dita.

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Un anno, quattro mesi e sei giorni, per la precisione. Io che taglio i ponti, io che dagli amori scappo, da te non potevo scappare, né con te potevo passare il resto dei miei giorni: ho impiegato questi mesi a dirti addio, a stralciare l’erba che era cresciuta sul mio cammino per scoprire quale strada mi diceva il cuore, da quale altro amore t’avrei fatto sostituire. Senza rinnegarti, anche se le salite che mi trovo davanti, carica solo d’uno zaino di buone intenzioni, mi fan pensare che avrei dovuto lasciarti prima. Non ascoltarmi, per favore. T’ho amato tanto, nel modo più perfetto e sbagliato che avevo a disposizione e se son così – cinica e ingenua, cherì, capisci tutto e allo stesso tempo non capisci nulla!– è colpa tua, è merito tuo. E un simile miracolo, fidati di una scema, lo può fare solo un grande amore. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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