M’han cambiato l’ovetto.

IMG_4318.JPGQuando ero bambina, c’era un lungo elenco di cose che non potevo o sapevo fare. Attraversar la strada da sola, mangiare nel letto, camminare scalza in inverno, bere dopo l’anguria-le ciliegie-il gelato, scoprire la sorpresina dell’Ovetto Kinder senza che un adulto mi aprisse quell’ovetto giallo, saldato dai nani della Loaker in un tentativo di sabotaggio estremo. Con fastidio ed impazienza m’accontentavo ed ubbidivo – sempre avuto sto problema della docilità, io – e nel frattempo speravo di crescere in fretta, per poter attraversare la strada da sola, mangiare a letto, camminare scalza in ogni stagione e bere quando mi andava. Di ovetti Kinder non ne ho quasi più mangiati ma, perlamiseria, volevo togliermi anche la soddisfazione d’aprire quel guscio ermetico da sola. Al supermercato, così, ho preso un ovetto. “Gli han cambiato l’incarto”, ha obiettato la mia parte nostalgica. “C’hai trent’anni e non ne mangi uno da almeno quindici. Le cose cambiano, fattene una ragione”, le ha risposto il raziocinio.

Arrivata a casa – la casa in cui cammino scalza in inverno e bevo dopo aver mangiato l’anguria – ho scartato quel chicco di nostalgia. Mentre riflettevo sul fatto che sì, la stagnola è cambiata, ma non così tanto, ho messo in bocca un pezzetto di cioccolato. Con un sospiro di sollievo dal mio polo malinconico, almeno il sapore era rimasto uguale, invariato nel tempo. Ho lasciato la sorpresa come ultima cosa, perché la vendetta va servita fredda anche quando è di plastica. Il guscio giallo mi osservava, avvolto dalle briciole del cioccolato – perché l’ovetto si apre con un pugno, delicato ma deciso, che sbriciola il 30% del prodotto, non siamo nobili. L’ho afferrato tra le dita. La malinconia abbracciava il rancore, ed entrambe si preparavano al momento atteso da tempo. Poi, è successo.426692_352300734800421_2090956563_n

M’han cambiato il porta sorprese. Niente più plastica saldata dagli gnomi della Loaker, niente più incastri malefici che richiedevano, nella migliore delle ipotesi, lo schiaccianoci. Ora c’è un contenitore in plastica morbida, che si apre con un dito. Clack! E il trauma si supera. Non si corre nemmeno più il rischio di perdere uno dei due gusci, perché son collegati. Addio senso di impotenza, addio voglia di crescere, addio angoscia da mille pezzetti minuscoli che andavano smarriti perché “Stefania, possibile che non sai tenere insieme le due parti?” e tu spiegaglielo, che avresti bisogno della forza di Thor, per unire di nuovo quei due pezzi di plastica. La parte del mio cervello deputata alla vendetta sghignazzava, quella dell’orgoglio frignava in un angolo.

Ecco: certe storie son così. Uno aspetta anni per una vendetta che non ha ragione d’essere, solo per scoprire che i presupposti per cui s’era arrabbiato, da principio, non ci sono nemmeno più. Uno passa una dozzina di anni a pensare a come riscattarsi dal proprio passato, e non si rende conto d’averlo doppiato – in altezza, forza ed età – al punto che quel che era non è che un puntino minuscolo, perso nel tempo. Uno attende con ansia il momento propizio, l’allineamento degli astri che poterà giustizia, e si scorda che non ci sono stelle che tengano, perché il momento giusto per tornare indietro nel tempo non esiste. E vien spontaneo chiedersi – la bocca impastata di cioccolato, un guscio di plastica morbida tra le mani – quanti attimi giusti, presenti, son sfuggiti, solo perché avevo gli occhi troppo impegnati a fissare quello sbagliato.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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