Noccioline di bellezza.

C_2_fotogallery_3010428_12_imagePartiamo da una premessa. Conosco ogni sfaccettatura dell’esser cicciotta – “si dice curvy, Stefania” “Sarà, ma sempre cicciotta sono“: ho ben presente la sensazione di non entrar nelle taglie canoniche, capisco la golosità, so che cosa vuol dire la frustrazione di una dieta, non ho problemi a immedesimarmi in chi ha un metabolismo così lento da sfiorare quello di un orso in letargo. E riconosco la fame di chi mangia per tappar qualche buco, per scacciare lo stress, per darsi una golosa pacca su una spalla – e fidatevi, non c’è un biscotto abbastanza grande da zittire certe voci. Insomma, la mia variabile zavorra di chili me la porto dietro dalla pubertà, e convivo da una quindicina d’anni con la cattiveria di chi m’ha pesato-insultato-criticato sfruttando esclusivamente quella bilancia, e pazienza se sarei potuta essere anche qualcosa di più, o di peggio. 

Aver vissuto con il sovrappeso come compagno costante m’ha permesso di imparare una lezione preziosa: lentamente, con la pazienza certosina di chi non può correre perché pesa troppo, ho iniziato a scavare in profondità. In me stessa, negli altri, nel mondo in cui vivevo e che mi pareva cattivo anche quando minimizzava il mio difetto. “Sono grassa” – “Ma smettila, che sei bella!” – “Non ho mai detto d’esser brutta”. Per assurdo, le donne son state le più spietate, e i “cicciona – sei una grassona – mettiti a dieta” son fioriti come i mughetti a maggio, e anche in momenti ben lontani dall’adolescenza. Io, intanto, scavavo, cercavo, domandavo: davvero, “grassa” era la cosa peggiore potessi essere? Perché era sempre quello, il primo insulto? Ma chi ve lo dice, che mangio tutto il giorno? E se io dimagrissi, sareste comunque così carogne, magari perché ho le gambe storte, o gli occhi piccoli, o la bocca larga? Ma non sarà che più che i miei difetti vi dà fastidio il fatto che ci convivo con una forza che forse voi non avreste? 

Ci son stati attimi in cui ho scavato come una pazza, perché avevo fame di risposte, più ancora che di cibo. Il grasso è stato un’armatura contro le delusioni, un alibi contro le paure, uno scudo contro i rischi. A trent’anni – diciotto dei quali passati in sovrappeso, con una continuità commovente – dopo aver scavato e sofferto, mi son permessa il lusso di giungere ad una conclusione: del guscio che racchiude una persona m’importa ben poco. Non peso dai chili, non misuro dall’altezza, non mi chiedo quante volte la persona che mi parla faccia sport, o se mangi carboidrati. Gli equilibri di una persona sono meccanismi delicati, e giudicar così, a spanne, rischia di esser doloroso e pericoloso. Esistono persone magre e pesanti, grasse e leggere, basse e profonde, alte ma non all’altezza. La parte del prossimo che mi preoccupa ed affascina è racchiusa, il più delle volte, in una nocciolina, e contiene la dose di umanità e di intelligenza con cui si rapporta con il mondo. Sulla bilancia peso solo questa, e in quale taglia entri m’importa poco, con buona pace di chi vorrebbe un mondo esteticamente all’altezza delle proprie aspettative di bellezza.peanuts-2163043_1920

Ammiro con gli occhi che luccicano il fisico statuario di Bar Refaeli, resto affascinata dalla bellezza incredibile di Charlize Theron, guardo le sfilate di Victoria’s Secret e mi chiedo come sia possibile che non ci sia un etto di grasso, in quei corpi. Invidio i corpi delle sportive – quei muscoli potenti ed armoniosi – ma mi paiono belli tutti quelli che sorprendo intenti a coltivare una passione. Più di tutte, ammiro le persone felici e buone, e l’unico obiettivo che ho, in vita mia, è quello di essere la migliore versione di me stessa possibile. Se sarà in una taglia quarantadue o in un paio di curve in più, lo scoprirò crescendo, adattandomi a quell’incredibile ottovolante che è la mia natura. Nel mezzo, cercherò noccioline di umanità e mi innamorerò di quelle.

poscritto: mi preoccupa – mi spaventa – come la mania della perfezione c’abbia contagiato tutti. Prendete la locandina di Cannes 70: Claudia Cardinale che ride mentre fa una piroetta e solleva la gonna. Ha i capelli sciolti, il viso felice, i piedi nudi. E vent’anni – vent’anni, regà: è bella per forza, perfetta in una foto mossa e sfocata, incantevole in un’espressione buffa. Nella locandina del Festival, un grafico ha ecceduto di photoshop: più stretta la vita, più affusolati i polpacci, via il doppiomento che si intravede, accennato e dovuto alla posa del viso. Pare scolpita – male – nel legno. Pare una boccaccia, e non un’espressione euforica. Pare una presa in giro. Pare che la roba fondamentale di quella foto, scattata sui tetti di Roma da un fotografo di cui s’è perso il nome, non sia la magia del cinema, ma la sua statica perfezione. E se la prima è un miracolo tutto sommato comune, non m’allargherei così tanto sulla seconda. Anche perché il cinema non deve essere perfetto: deve essere vero. Un po’ come la vita.  

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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