Bidibibodibibla

denebScrivere è una magia, l’ho sempre pensato. C’è chi fa sparire i conigli, chi indovina le carte e chi addomestica parole, e questa sera mi pare non ci sia poi così tanta differenza, tra il fondo di un cappello a cilindro e la piega di un taccuino. In ciascuno dei due luoghi si annida un segreto, un trucco a cui credere, perché la magia – nei giochi di prestigio, nelle carte e nella scrittura – si nasconde sempre e solo negli occhi di chi guarda. Come la bellezza, a essere onesti. A differenza della cattiveria, a esser sinceri. 

“Il numero che anni fa mi diede una piccola notorietà era questo: facevo sparire una grossa oca. La mettevo sotto un telo scuro e lei spariva. Nessuno capiva come facessi. Vi dirò la verità: neanche io. Era l’oca che era brava”. – Stefano Benni, Baol

Con buona pace dei trucchi da mago, alla scrittura riesce un incantesimo in più: sa ammaliare anche il proprio prestigiatore, costringendolo, alle undici di notte dell’ultimo giorno di febbraio, a chiedere asilo all’oca con cui s’è esibito per una vita, perché ogni tanto è bello smetter di raccontar favole, ed iniziare ad ascoltarle. Io – cosa ve lo dico a fare? – scappo sempre da loro, con loro. Del resto li ho creati, scolpiti a suon di aggettivi, ne ho modellato i sogni e le ambizioni, gli zigomi ed i pensieri, e considerarli casa è un mio diritto. M’appartengono e c’apparteniamo, in uno di quegli strani girotondi d’amore perfetto, in cui non è il possesso ma l’equilibrio, a legar le vite. Anche se son di carta, anche se sono incompiuti. E allora, per favore, regalatemi una storia. 

Fammi dondolar le gambe a penzoloni da un muretto, Bolivia. L’aria calda dei primi pomeriggi d’estate, un cesto di ciliegie raccolte dalla zia Pepita, il canto monotono delle cicale che arrostiscono al sole. Raccontami una storia di quelle che ti riescon bene, che paiono vere eppure sono una tua fantasia, che sembrano inventate ma puzzano di verità. Spiegami che il matto più grande che hai conosciuto è quel pigro signore che ha ammirato per anni la fierezza dei cavalli selvatici, la loro spavalda libertà, e s’è deciso ad addomesticarne uno per poi capire – troppo tardi, troppo tardi – di non essere abbastanza veloce per seguirne l’istinto, né sufficientemente saggio da sciogliere le briglie. magia1

Cullami col vento di libeccio, El Capitan. Mentre mi godo i raggi di un sole al tramonto, costeggiando lo stretto, in una delle tue fughe dal Commendatore, dal suo senso del dovere. Lascia che stia ferma, occhi chiusi e mani intrecciate sopra il petto, ad ascoltare le tue storie, decisa a mescolar fantasia e realtà, ché tanto nessuno meglio di te m’ha mai insegnato che quel che uno crede di vedere la dice lunga su come vede. Soprattutto se si parla di specchi, di illusioni e di paure.

Mettiamoci in fila indiana, religioso silenzio, un tappeto di stelle sopra la testa, il fiato reso un po’ più corto da una salita dolce, persa nel buio di una collina non troppo alta. L’occhio del cigno che brilla spudorato, ammicca tra le costellazioni e mi ricorda che il modo più semplice di far luce è sommare le differenze, azzerare le competizioni, unire lo scintillio. La luce prepotente di Albireo, fatta dal giallo caldo di una gigante brillante arancione e dal celeste freddo di una nana bianco-azzurra, il Grande Carro che si staglia nitido in un cielo nero e infinito, il mio dito che ripercorre la costellazione di efelidi – identica, precisa – che Madre Natura m’ha dipinto su un braccio. Noi tre, solo noi tre. Il trucco che ammalia il prestigiatore, l’oca che s’infila sotto il telo scuro e fa la magia. Le mie parole tra le vostre labbra, i miei pensieri nei vostri ragionamenti. Le mie espressioni sui vostri volti. Solo per stasera, solo per un po’. Ci son notti come queste, ad una manciata di minuti dal primo giorno di marzo, in cui ho voglia di favole e di speranze. E voi, da che vi conosco, siete gli unici capaci di regalarmele entrambe.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

2 pensieri su “Bidibibodibibla”

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