Cloro.

swimmer-1678307_1920Non ditemi che non vi ci siete mai sentiti, perché non ci credo.

Pronti a partire, la punta delle dita che sfiora il bordo di marmo della piscina. Da piccola giocavo a passare i polpastrelli raggrinziti sulla superficie porosa, scoprendone tutte le imperfezioni, le tare nascoste. Speravo sempre di trovare un punto cui aggrapparmi con più facilità al rientro dalla vasca, quando avevo le spalle indolenzite e il fiato corto. Studiavo dove arrivare ancor prima di partire: è un difetto che mi son portata dietro anche sulla terra ferma, e va da sé che uno, così, si fa soltanto del male. Eppure, se chiudo gli occhi, la sento ancora lì: la mia mano di bambina appoggiata ad un bordo, tutta la fiducia in me stessa racchiusa nella punta di tre piccoli polpastrelli della mano sinistra.

Non ditemi che non vi ci siete mai sentiti, perché non ci credo.

La sensazione di quando si sta per saltare, l’aria che manca prima del via. Respiravo tre volte, a fondo – l’ho fatto prima di ogni vasca, prima di ogni esame, prima di ogni colloquio, prima di ogni cosa che mi faceva spavento -, l’aria mi regalava uno sbadiglio – “respiri troppo e male, Stefania, vai in iperventilazione, così – e io sapevo d’aver fatto il mio dovere, d’aver compiuto il mio rituale. Sbagliato, ovviamente, però mio. E dire che sarebbe bastato così poco: un respiro più lento, un diaframma più complice. Invece la paura di mostrar paura riusciva a farmi venire fame d’aria, e ingoiavo a grandi bocconi quantità di ossigeno che i miei polmoni, schiacciati dall’acqua e dalle aspettative, non sapevano gestire. Così partivo per la vasca con il fiato mezzo vuoto e la testa un po’ svuotata: per quanto sembrasse assurdo, era il modo che conoscevo di far bene. Non me lo sono mica mai chiesto se avrei potuto far meglio, facendo ogni cosa a dovere.

Non ditemi che non vi ci siete mai sentiti, perché non ci credo.

La prima patina d’acqua che scorre sulla pelle, quando i piedi danno lo slancio e si diventa dei piccoli proiettili di carne ed ossa in un mare trasparente e tiepido. Tentavo d’allungarmi più che potevo, in quegli istanti. Le dita, il polso, il gomito, l’addome, le gambe: tutto armoniosamente teso, per un minuscolo istante. In equilibrio, in pace, prima della bracciata che avrebbe dovuto dar la spinta, la grinta, ché solo coi piedi non s’avanza, ci va anche lavoro di braccia. Credo ricorderò per sempre la sensazione degli occhi che si alzano appena, giusto in tempo per guardare il gomito che si flette lievemente, la mano che entra in acqua come una sciabola. Senza tregua, senza rumore, senza schizzi. Elegante, ordinata, vigorosa eppure delicata. Un ossimoro, un compromesso. Un passo di danza. 

Non ditemi che non vi ci siete mai sentiti, perché non ci credo.boy-1844927_1920

Il momento in cui finisce il fiato – hai contato male le bracciate, Stefania? o ti sei fatta prendere dall’entusiasmo, e il cuore ha bruciato più del dovuto? – e resta soltanto l’inerzia, a portarti avanti. Dovrebbe chiamarsi forza di volontà, ma in cuor tuo sai che sono movimenti automatici, precisi, imparati a memoria e ripetuti allo sfinimento. Non c’è intenzione di farli, sono semplicemente quel che ti viene automatico fare. Lì, in difficoltà, con l’acqua alla gola e il fiato corto e i muscoli indolenziti. Vedi la meta, riconosci il fondo. Lasci che l’istinto ti manovri perché, sotto sotto, sai che puoi fidarti. E capisci che in fin dei conti sei un tutt’uno – passione e ragione, istinto e volontà, armonia e forza, eleganza e vigore – persa dietro all’obiettivo di arrivare in fondo alla vasca, di portare a casa la pelle. 

Non ditemi che non vi ci siete mai sentiti, perché non ci credo. Anche se non sapete nuotare, anche se il cloro vi stomaca. Non ditemi che non vi ci siete mai sentiti, perché io, ora, mi ci sento anche se non tocco un paio di occhialini da un decennio che sembra un secolo. Pare quasi di sentirmi addosso l’odore del cloro. 

 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

4 pensieri su “Cloro.”

  1. Ciao! Bellissimo il tuo post!
    Leggendolo ho recuperato tutte quelle sensazioni primordiali che si provano in acqua, e che avevo dimenticato. O più che dimenticato, sepolto.
    Sepolto sotto anni di nuoto, sotto ore di allenamento, sotto vasche e virate ripetute in assenza di ossigeno, quello che hai bruciato nel primo entusiasmo della spinta. E che all’arrivo ti manca, ma lo vai a pescare dai muscoli, dalla forza di volontà, dall’inerzia. Fino a che schiaffeggi la parete in arrivo, con quell’incedere tutto squinternato che hai dovuto assumere negli ultimi metri.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...