La sindrome di Ratzinger

conratzingerL’avevo chiamata “Sindrome di Ratzinger“, e ne andavo parecchio fiera. Avete presente, no? Qualcuno che – volente o nolente – si ritrova a sostituire una figura molto amata, molto carismatica, decisamente insostituibile. Un po’ come era capitato a Papa Benedetto XVI con Papa Giovanni Paolo II: Joseph era salito al soglio pontificio con la consapevolezza che, non importa quanto avesse svolto bene il proprio compito, sarebbe comunque risultato sbiadito, al confronto del proprio predecessore. Del resto, ragazzi, si parlava di Karol Wojtyla, un rivoluzionario che in quasi trent’anni di pontificato aveva combinato più di quanto il dotto, studiosissimo teologo Ratzinger avrebbe mai immaginato di fare. Ecco: partendo da qui, avevo formulato questa ipotesi – che, ne son certa, qualcun altro ha detto meglio, e prima:  dopo un Wojtyla ci sarà sempre, inevitabilmente, un Ratzinger.

Non parlo solo del Vaticano, badate bene. Prendete la vita quotidiana – e perdonatemi la blasfemia: quante volte v’è capitato di conoscere un ragazzo che aveva avuto una ex fidanzata pressoché perfetta sotto ogni punto di vista? Oppure insopportabile, sì, ma sempre e comunque presente? Ecco: voi eravate Ratzinger. Brave, sì. Adatte al ruolo, certo. Effettivamente protagoniste della vicenda, assolutamente. Eppure nascoste da un ricordo, da quel gigantesco secondo termine di paragone. E quell’insegnante magnifico, che vi faceva pender dalle sue labbra e rendeva comprensibile anche l’argomento più ostico? Wojtyla. Il povero sostituto che ha tentato di farsi amare, inventandosi ogni modo per dimostrarvi di saper essere brillante e preparato come chi lo aveva preceduto? Non mentite a voi stessi: era un Ratzinger che avrebbe potuto dirvi la tavola periodica con l’alfabeto farfallino, senza suscitare la minima ammirazione. 

donald-trump-and-barack-obamaSuccede spesso, succede ovunque. Con le dovute differenze, succede anche ora, in America. Trump è un Ratzinger, anche se il primo vale più o meno quanto il tacco delle Prada rosse del secondo. Obama è Wojtyla, anche se andrei cauta anche in questo caso. Il neopresidente, insomma, entra in campo vincente, ma praticamente sconfitto. È il capo, è vero. Ha vinto, sacrosanto. Abiterà la Casa Bianca, giocherà a golf nell’orto di Michelle e lascerà l’alone d’abbronzatura spray sulle poltrone dello Studio Ovale, senza dubbio. Però, oltre a tutte le ombre e le macchie – volontarie – che già si allungano su una presidenza quantomeno preoccupante, Trump sa di divider la scena con il fantasma più ingombrante dai tempi di Kennedy. Barak Obama è stato il primo afroamericano alla Casa Bianca, il primo a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso, il primo a tentare di dare a tutti un accesso alla sanità.  Uomo politico, padre premuroso, amico fidato – Biden, are you there? -, marito adorabile. La favola americana fatta, finita e confezionata, contro un’altra storia, sempre americana, che sa più di filmaccio anni ’90, che non di favola alla Frank Capra.

Con questo non sto dicendo che Trump sia un male necessario, badate bene. Il mio è un giudizio più legato alla percezione delle cose, che non alle cose in sé. Penso che Trump sarà disastroso, soprattutto per quanto riguarda la politica interna, ma penso che la sua elezione sia frutto dell’insoddisfazione dell’americano medio e dello scetticismo nei confronti della Clinton. Penso che Ratzinger sia stato un Pontefice dignitoso, perfettamente adatto a ciò che i tempi ed il tempo richiedeva, ad esempio, capace di assorbire con germanico rigore una crisi non indifferente. Diversi da chi li aveva preceduti, agli antipodi di chi li seguirà. Perché un’altra cosa che ho capito, osservando le peripezie del mondo, è che di solito nei periodi Ratzinger si spiana la strada al futuro. Non so dirvi se sia colpa della nostalgia per il passato, dell’insoddisfazione per il presente o della fretta per il futuro, ma queste fasi fastidiose sono sempre un’accelerante naturale. Farlo prima, dopo la fase Wojtyla, sarebbe stato impensabile: si sarebbe bruciata un’occasione, quel nome avrebbe brillato un po’ meno, un po’ peggio. Serviva un cuscinetto di stasi, un secondo termine di paragone sacrificabile. E dopo qualcuno di diverso, esplosivo, rivoluzionario. Vi dice niente, il nome Bergoglio?

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Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

2 pensieri su “La sindrome di Ratzinger”

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