Carta velina.

pages-918491_1920.jpgCon il passare degli anni, la mia pelle è diventata delicata. Un foglio sottile di carta velina, una strana carta geografica sulla quale si leggono senza problemi i nei, le cicatrici e le efelidi. Rughe poche, perché invecchio lentamente. Macchie parecchie, perché invecchio profondamente. Sui polsi, si può seguir col dito lo scorrere delle vene azzurre, e ogni tanto mi ritrovo sul corpo lividi che non ricordo d’essermi fatta. Una spalla, un fianco, un ginocchio, marchiati da chissà quale trauma. Dieci anni fa pareva avessi una scorza invincibile, e nulla poteva il sole, il cibo, il tempo, le legnate: la mia buccia restava liscia, tutta d’un pezzo. Poi, come capita sempre, son diventata cipolla, e mi son lasciata sfogliare.

Credo che la mia pelle sia diventata fragile lì, sotto le mani di chi mi toglieva scorze di cinismo e di belle speranze. Qualcuno ha iniziato, qualcuno ha continuato – continua ancora – e pazienza se gli anni non m’han reso più furba, ma solo più stanca. Ha fatto male, come ogni ferita che si rispetti: bruciava quando cercavo di disinfettarla, prudeva di impazienza quando aveva fretta di guarire. Nei momenti più impensati si riapriva e sanguinava, e io mi ritrovavo imbrattata di passato e stordita da un dolore che credevo d’aver dimenticato. A volte, dopo qualche tempo, il taglio si rimarginava, le piastrine facevano il loro sporco lavoro e quel che mi restava era una linea di pelle più chiara, un punto di sutura mal dato, un promemoria eterno. Ce l’ho sotto al braccio – attenta con la bicicletta, Stefania -, dietro al polpaccio – guarda dove vai quando nuoti, Stefania -, accanto al dito medio – non distrarti mentre cucini, Stefania. Ce l’ho, invisibile, in un sacco di pieghe dell’anima, al punto che mi vien paura di fronte ad una carezza, ad un dubbio, ad un dolore in lontananza. Beninteso: il mio cuore ha coraggio da vendere, ma il mio istinto è un fifone. Vorrebbe esser preso per mano, rassicurato. Convinto che, per una volta, non sarà una conta di cicatrici, ma di sorrisi. E invece. red-onions-vegetables-499066_1920

E invece la mia pelle diventa sempre più sottile, e il mio cipiglio sempre più ruvido. Mi graffio contro me stessa, prima ancora che contro gli spuntoni della vita quotidiana. Addosso, una divisa di promemoria, un eterno memorandum di sbagli – di scelte, perché non c’è uno di quei dolori che mi pento d’aver vissuto, neppure il più brutale. Ogni tanto, vorrei che la mia pelle tornasse ad esser cuoio, e smettesse di assottigliarsi. Un’armatura resistente, una corazza dura come il ferro. Poi ricordo che i dolori sarebbero più crudi, i tagli più profondi, la violenza più spietata: una pelle dura si incide con polso fermo e crudele, l’ho imparato a mie spese. Per quello mi sono tolta maschere, per quel motivo ho accettato mi spogliassero come una cipolla: siamo rimaste così, io e la mia scorza di carta velina da accarezzare delicatamente con la punta di un pennino, sperando di non strappare il foglio, pregando di non fare errori. Perché ogni sbaglio è definitivo, ogni macchia d’inchiostro indelebile. Ogni stilografica, potenzialmente, un pugnale. E, ne converrete, temere una penna – dimenticandosi del potere dell’inchiostro, tremando solo di fronte alla punta –  è una bella seccatura, per una che di parole sentite-provate-scritte, vuol viverci.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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