Scacco al Re.

chess-1483735_1920.jpgChe fatica, certi giorni. Che fatica. 

Arrotolare attorno a due dita un lungo filo di spiegazioni, giustificazioni e alibi, facendo attenzione a creare una matassa perfetta, ché almeno gli errori siano ben fatti Stefania, perlamiseria, già che non ti riesce di far bene i miracoli. Afferrare tra due dita un sottile senso di inadeguatezza, di insensata sofferenza – sentirsi Bolivia ancora una volta, fin giù nel midollo – e con pazienza avvolgerlo su se stesso, attorno ad un rocchetto di pazienza, con la certezza che un giorno servirà a qualcosa. Perché sennò a cosa è servito, tutto quanto?

Che fatica, certi giorni. Che fatica.

Scegliere i propri comportamenti come si scelgono i bottoni da metter su un cappotto, soppesandoli ad uno ad uno, ché devono essere intonati – forse non uguali, ma per lo meno intonati. Obbedire a se stesse, a quello sguardo severo e perculatore che ogni mattina ti fissa dallo specchio, come a dire “vediamo che saprai combinare, questa volta“. Creare delle piccole magie, stupirsi come capitava quando si imparava a scrivere, e “mamma ma davvero ho scritto il mio nome?”. Riprovare, sbagliare tutto. Tirare una riga, e si rifà più in basso, Stefania. Ma il fastidio di un foglio che non è più immacolato è un vizio che mi porto dietro da che son bambina.

Che fatica, certi giorni. Che fatica.

Cucire insieme i pezzi con coerenza, a volte recuperando fili un po’ sfatti e abbandonati, pregando gli dei che quel patchwork di bozze salvate ma mai pubblicate tenga, regga ancora un po’. Almeno finché non ci sarà la versione definitiva, ma poi quando arriva, questa versione definitiva? Cominciare a considerare i propri passi come una grande partita a scacchi, e muoversi in obliquo, no a elle, tentar l’arrocco, capire che la fretta non è quasi mai una buona consigliera, ma che senza una visione d’insieme non si conclude comunque nulla. Rimpiangere di non aver imparato prima, a muovere quelle pedine – sempre le nere, perché i rituali ci vanno – perché a quest’ora, a trent’anniduemesiequattordicigiorni, saprei come guardare i labirinti dall’alto, come giocare e bluffare con i giorni.

Che speranza, certi giorni. Che speranza. 

Giungere alla conclusione che mi sentirò Bolivia per tutto il resto dei miei giorni, e grazie a Dio, perché fino a che l’avrò in circolo potrò pensare di scrivere, immaginare, creare un piccolo mondo e diventarne regina. Ci saranno mari da solcar con la Mariposa, favole che non mi sono ancora raccontata e lezioni che imparerò, godendomi ogni passo. Capire che quello sguardo perculatore allo specchio, ogni mattina, mi spingerà a tirar sempre più in alto l’asticella, e il nome in stampatello diventerà maiuscoletto, e poi corsivo, e poi bella scrittura. Cambierà la forma, ma mai il senso. Cambierò la buccia, ma mai la sostanza, coerente e scoordinata come i bottoni che mi sono appuntata sul cappotto. Scoprire, mentre tento di muover la Regina e di prevedere in quale modo mi mangerà quell’alfiere, che esserci arrivata tardi è meglio di non aver mai mosso un passo. Che alla visione d’insieme s’arriva imparando a svolacchiare, a planare, e solo in ultimo librandosi in aria sfruttando le correnti. Realizzare che più che la fatica – e certi giorni, che fatica – può l’entusiasmo, la speranza, la curiosità. Il coraggio.

Perché, ragazzi,  che meraviglia certe scoperte. Che meraviglia. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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