Storia di sedie.

chair-1519653_1920Mi son sempre piaciute quelle sedie abbastanza alte da non permettermi di toccar terra coi piedi. Ci riflettevo l’altro giorno, mentre nella mia mente stilavo – come da qualche mese a questa parte – le cose di me che ho imparato in trent’anni di vita su sta Terra. È un ragionamento cui dedico parecchio tempo, forte di quella pazienza meravigliosa che nasce quando decidi che quel che sei diventata fa sonoramente a botte con quel che pensi di essere: ho messo in discussione tutto, occhi negli occhi con la bambina di cinque anni che ero, per capire che ci son lati di me piacevolmente inaspettati. Prendiamo la cosa delle sedie, ad esempio.

Mi son sempre piaciute le sedie troppo alte, ma l’ho capito soltanto adesso. Dondolare i piedi, tendere la punta per sfiorare il pavimento, mi regala una inspiegabile sensazione di libertà. C’è del metaforico, ovviamente. A voler spaccare il capello in quattro, una che ama queste sedie qui è ambiziosa – m’arrampico, in fin dei conti – e anche un po’ infantile – dondolo, oh se dondolo. E se viaggio a ritroso con la memoria, la mia vita è stata tutta così. Sedie alte, traballanti o scomode, cui ho tentato la scalata per istinto di sopravvivenza, per voglia di vette e di abissi. Per genetica, il più delle volte. Per qualche strana ragione, io e mio fratello Fabio siamo sempre riusciti ad afferrare il lato diverso della stessa medaglia. Lui è matematico, analitico, preciso, rigoroso. Io sono empatica, istintiva, fantasiosa, imbranata. Lui ha imparato a contare prima di saper scrivere il proprio nome, io sono ancora qui a chiedermi quanto faccia 12-7. Lui ha scelto il mare e le sue profondità, io c’ho sempre la voglia di montagna incastrata tra lo stomaco e la gola. Lui scende a fondo, io guardo dall’alto. Lui è gatto, io cane. Lui è biondo, io mora. Lui cucina, io pasticcio. Ma le sedie, dicevamo.397009_352300981467063_1700204514_n

Mi piacciono le sedie alte, pur avendo paura delle altezze. È qualcosa di buffo, se ci pensate, perché mi ritrovo a vivere della stessa energia che poi mi fa morir di paura, o pentir di dolore. La verità è che quando salgo, mica penso. Metaforicamente – ché con la montagna, invece, ci va cervello e attenzione – salto in piedi e poi più in alto ancora senza nemmeno preoccuparmi troppo di come farò a scendere. Vado, sperando che mi venga in mente un’idea geniale prima di capire che è troppo tardi, e che mi sono incastrata. Ecco: questa è la cosa più grande che ho imparato sul mio conto, la costanza più granitica che fa di me, me. Sono un’entusiasta imbottita di fiducia, una che mette il piede sul primo gradino senza chiedersi se ci sia, in fin dei conti, tutta la scala. Il caso ha voluto che abbia sempre avuto abbastanza fortuna da cavarmela sempre, e non sufficiente memoria da ricordare che certe cose non si dovrebbero fare. Faccio la schifezza, direbbe Baricco, e poi resto lì a pagarla, o a trovare un modo per trasformarla in meraviglia. 

Potrei capire che ho trent’anni, ormai, e dovrei metter la testa a posto, appoggiata su un’elegante seggiola da salotto buono. Potrei decidere che il tempo ed i tempi richiedono una versione di me più avveduta, più razionale, più matura. Potrei persino rendermi conto che i sogni m’han sempre fatto andare a dormire con la testa piena, ma col portafoglio quasi vuoto. Potrei, dovrei. Non vorrei. È che a me le sedie alte piacciono troppo.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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