Ho capito che stavo invecchiando.

woman-1031000_1920Ho capito che stavo invecchiando quando, tutto d’un colpo, andare a dormire col mascara mi faceva svegliar col mal di testa. È successo così, senza preavviso: un attimo prima lasciavo l’impronta delle ciglia sul cuscino, quello dopo avevo bisogno di struccante bifasico, latte detergente, tonico, contorno occhi, siero e crema notte.

Ho capito che stavo invecchiando quando alle ventitré in punto avevo più sonno che alle sette e venti del mattino, e poco importava dove mi trovassi: la palpebra calava, la testa correva al giorno seguente, il timer della sveglia scandiva le ore di sonno a disposizione e io non facevo che ripetermi “domani a letto alle nove e mezza“.

Ho capito che stavo invecchiando quando ho iniziato a prevedere i comportamenti della gente. Per un po’ ho supposto fosse intuito – o culo, per dirla con un elegante giro di parole -, poi mi son ricordata di quando la mia mamma sosteneva, con aria solenne, che si sa già come andrà a finire quando se ne son già viste finire un po’. Da allora, ogni per sempre sembra più rapido, ogni mai più meno credibile. Non era fortuna, erano anni e sbagli. Grazie a Dio.

Ho capito che stavo invecchiando quando essere forte è diventato questione di resistenza, e non di vigore. Di pazienza, e non di coraggio. Di saggezza, e non di vendetta. Mi son scrollata di dosso chili di dolore nel preciso istante in cui ho permesso a me stessa di capire che per migliorarmi dovevo accettar scuse che non erano mai arrivate e perdonare chi non era neppure lontanamente dispiaciuto. Ho fatto mia la frase che dice che perdonar qualcuno significa liberare un prigioniero, e scoprire che il prigioniero eri tu: a mano a mano, attimo dopo attimo, ho rilasciato ostaggi di tempi passati, rancori di guerre irrisolte e ormai senza più senso. Nei bastioni della mia memoria, in catene, c’eran dolori che marcivano senza speranza d’esser giustiziati, e la cosa migliore da fare m’è parsa quella più insensata: aprir le gabbie, slegare i legacci, e lasciare al mondo e alla sua giustizia quello che la mia rabbia non era riuscita a fare.

Ho capito che stavo invecchiando quando non ho più permesso alle cose di restarmi sullo stomaco. Fossero fritti o shottini di rum e pera, malumori o pessimismi, poco importava: è stato sufficiente un complicatissimo “basta” per rendermi conto che m’è dato un menu di sentimenti e pietanze, ma ho ancora la possibilità di scegliere cosa mangiare, e in quel nocciolo di libertà c’è tutta la vita del mondo. Qualche anno e molti dossi, per sbattere il naso contro l’evidenza e scoprire che c’è più onestà in una ritirata dignitosa che in una sconfitta arrogante, e che le battaglie per cui val la pena morire son poche e si riconoscono dai compagni di sventura.

Ho capito che stavo invecchiando, ma anche che non m’importava nulla di invecchiare, perché più colleziono giorni più mi scopro simile a me stessa, a quel che ero e a quel che credevo di poter essere, a quel che speravo e a quello che mai, nei momenti più cupi, pensavo sarei stata capace di diventare. E questo, ad oggi, è il più bel regalo che m’abbiano mai fatto. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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