Oriana.

001-fallaciHo votato la mia penna al tuo inchiostro che ero una ragazzina. Qualche sogno di granito, una predisposizione a domar le parole, la terra che tremava sotto i piedi per uno dei più grandi giri di boa dell’Occidente e la certezza – innocente folle entusiasta – che t’avrei letto fino a capire come facevi a scriver così. A dar quel ritmo, quella melodia, quel valzer incantevole che mi infiammava e mi cullava.

La prima volta che ho messo piede in una redazione avevo sedici anni, e mi pareva d’essere il mozzo che Colombo manda in avanscoperta per capire se quella roba che ha davanti son le Indie. Ricordo come ero vestita – pantaloni neri, maglia bianca, pullover rosa scuro, sciarpa al collo, due righe di eyeliner nere, mal fatte, graffiate – e sento ancora sotto le unghie la sensazione magnifica d’esser sulla strada giusta, su passi che sembravano i tuoi. Non volevo essere te, bada bene: avevo troppo timore reverenziale, troppa ammirazione, per cercare di imitarti. Quel trucco sbavato mi serviva da corazza – l’ho sempre fatto, da quel giorno. Più son spaventata, più son truccata, e va da sé che in alcuni momenti della mia vita sembravo uscita dal carnevale di Rio – quei libri che leggevo e sottolineavo, studiavo e ricopiavo erano una palestra, più che una mimesi.

Volevo capirti, Oriana, consapevole del fatto che qualcosa mi sarebbe sfuggito. Quel che scrivevi mi interessava, ma a rapirmi eran la tecnica, le parole. La Rabbia e L’Orgoglio, La Forza della Ragione, e poi a ritroso Lettera ad un bambino mai nato (una volta sola, una valle di lacrime, e poi mai più), Un Uomo, Inshallah. Ho perso gli occhi e il cuore con Intervista con la Storia, ho riletto con una devota passione Penelope alla Guerra, ritagliandomi ogni volta su Giovanna, che si fa chiamare Giò, donna in un mondo di uomini, che corre dietro ai Richard, che è ingenua e cinica in ugual misura, e soffrirà tanto se non si fa un poco furba.

Ad un certo punto della mia vita, le tue idee mi sembravan stonate, perché viva Iddio son stata capace di sviluppare una coscienza, un pensiero, che s’abbinasse ai mei vent’anni, e non ai tuoi settanta. Ho pensato, ragionato, con lo spillo delle tue domande sempre in un fianco. Mi son rivista tante volte in quella rabbia fredda, lucida, razionale, che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. L’ultima volta stamattina, quando le tue parole eran sotto la foto di una tipa in costume, che acchiappava like spiegando che esser donna è così affascinante. Più volte di quelle che avrei voluto ho riflettuto sul tuo Alekos, su quel magnifico romanzo che è Un Uomo, su come si possa amare tanto chi ci fa tanto male.

Son dieci anni, Oriana. E di te – di quel ritmo, di quella melodia -conosco ancora solo un pezzetto.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

2 pensieri su “Oriana.”

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