Eredità.

558094_380315288665632_1693983898_nVivo in un mondo che mi è stato lasciato in eredità dalla notte dei tempi. La casa in cui abito, il letto in cui dormo, il profilo degli alberi che osservo dal balcone della cucina erano lì molto prima che io mettessi piede da queste parti. Nei miei desideri, saranno gli stessi alberi su cui poserà lo sguardo mia nipote, dopo che saranno passati, veloci come un sospiro, tanti anni e io non sarò altro che il ricordo di una casa, di un letto in cui dormire, del profilo degli alberi dal balcone della cucina.

Vivo una vita che mi è stata lasciata in eredità dalla notte dei tempi. Ho preso la testardaggine da uno, la passione per l’inglese da un altro, la rapidità ad accumulare capelli bianchi da un’altra ancora. Somma imperfetta di perfette imperfezioni, cucite insieme dalle ferite e dalle esperienze, dalle paure e dalle vittorie. Soprattutto, dall’amore e dal coraggio, che con molte facce si è sempre manifestato. A volte era avventatezza, altre volte placida pazienza, granitica fiducia. In un silenzio che in passato m’è sembrato troppo grande, interrotto ora soltanto da un miagolio stonato, mi sembra di sentirmeli attorno tutti e tre, e un’eredità non è più una catena, ma un trampolino. Il futuro, vago per definizione, sembra ogni giorno più appannato, ma non per questo spaventoso. Ci saran curve e dossi, discese tremende e salite capaci di stroncarmi il fiato in gola, ma i miei piedi camminano ora – finalmente, finalmente – su un sentiero che pare strada, su sassi rotondi che non fan male alla pelle. I miei sogni mi son comparsi dinanzi quando non avevo manco più la forza di dormire: a ben pensarci, è così che fanno i desideri, quelli grossi. Ti scuotono nel cuore della tua pace, aspettano, silenziosi, che il tuo mondo si ribalti. Ti recuperano quando sei lì, faccia a terra e poche forze, per ricordarti che il cuore è un organo strano, fatto di fluidi, più che di liquidi: ci va tempo perché un sentimento, un sogno, si sposti da un ventricolo all’altro. Ci va fiducia, ci va pazienza. Soprattutto, ci va energia, ché se non si batte il tempo, tanto vale.

A pezzi, capiamoci, c’ero già stata. Minuscoli granelli di fiducia, di fede, di speranza e di innocenza, rovesciati sul selciato come biglie. Ero polvere, perché m’ero fatta portar via tutta la linfa, fino a diventare una statua di creta, secca, che si sbriciola tra i palmi di chi la stringe. Quando i miei sogni m’han svegliato, quando han compiuto il golpe contro quelli che avevo illegittimamente messo sul trono, ero distrutta, sì, ma in un modo completamente diverso. Tocchi grossi, di carne rossa, resa spessa dalla voglia di difendersi dal mondo. Soprattutto, viva e sanguigna, spolpata con confusionaria impazienza. Rimettere insieme i pezzi – iniziare, per lo meno – è stato difficile, faticoso. Incredibilmente bello, terribilmente spaventoso. La più grande avventura che potessi iniziare, senza mai allontanarmi da quella casa. Da quel letto. Da quegli alberi che osservo dal balcone della cucina. Non so dire se fossero i miei sogni ad aspettarmi, oppure se io li stessi cercando, ma ci siamo trovati a metà strada, perfettamente. In un sentiero che, per una volta, non fa paura. 

Pubblicato da

Stefania Cava

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