Tutti belli, belli tutti.

swimming-924895_1920.jpgCi riflettevo l’altro giorno, mentre scorrevano le immagini delle prime medaglie alle Olimpiadi e mia mamma commentava con un và che belli gli atleti italiani di questa edizione. Son proprio tutti belli. Li ho guardati distrattamente, perché quando pranzo dai miei genitori ho sempre le spalle rivolte alla televisione  – sono medaglia d’oro in “immaginazione carpiata di telegiornali” – e ho dovuto ammettere a me stessa che sì, son tutti belli. Pure i brutti.

Sarà colpa della fatica, di quegli allenamenti serrati e sfiancanti, passati a alzare sempre di più l’asticella dei propri limiti. Sarà quello sguardo che fiorisce soltanto quando hai imparato a costringer tendini e nervi a tener duro fino alla fine del round, della vasca, della pista. Saranno i muscoli tesi che guizzano e si rilassano, che compiono quei miracoli che da casa ti fan sospirare un “oh“, d’ammirazione e stupore. Sarà la concentrazione che brilla negli occhi di chi si sta giocando in una manciata di minuti mesi di rinunce, di “No, non faccio tardi“, “No, non voglio il bis“, “Sì, mi alleno anche oggi. Sì, lo so che è domenica.“. Li guardavo e vedevo impegno, dedizione, grinta e spirito di sacrificio, tutti racchiusi in un paio di denti storti, in una pelle che porta le cicatrici dell’acne, in un braccio tornito e grintoso. In due spalle larghe come un armadio, in un polpaccio che sembra scoppiare. In un metro e sessanta di voglia di vincere.

Belli anche i brutti, insomma. Tutti belli, belli tutti, e un calcio sui denti alla superficialità, perché grazie a Dio si può essere affascinanti, magnetici e meravigliosi anche se si è vestiti coi propri difetti, mostrati con orgoglio e con l’aria di chi pensa “non sarò una miss, ma il mio pugno destro vale ogni smandrappata che si spoglia in copertina”. Li guardavo e li invidiavo, perché esser belli di entusiasmo e forza di volontà non è cosa facile, non è da tutti. Li guardavo e realizzavo che dovessi decidere quali qualità affibbiare al futuro del mio paese, pescherei a occhi chiusi da loro, con buona pace dei reality e dei talk show: mi piacerebbero italiani di poche parole e tanto impegno, di forte tenacia e di dolce commozione. Soprattutto, gente che ha capito quanto sia resistente il filo impercettibile che lega l’umiltà alla vittoria, il coraggio al timore. Ecco. Io pensavo questo, e qualcun altro decideva che “il trio delle cicciottelle” fosse il modo migliore di identificare la squadra olimpionica italiana femminile di tiro con l’arco. Cicciottelle, non atlete arrivate ad un passo dal podio. Cicciottelle, manco fossero personaggi Disney secondari e un po’ sfigati. Cicciottelle, in un contesto in cui esserlo o non esserlo ha la stessa utilità che può avere il colore delle mutande indossate la mattina della gara. Io e il mio concetto di bellezza abbiamo sospirato, ché i tempi non sono ancora maturi e chissà se mai lo saranno. Un’immagine, però, m’ha bussato alla porta: anche Lady Cocca era cicciottella. Vi ricordate come è finita?

robin04

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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