Cuore di bue.

Tomates_Cœur_de_bœuf.jpgLa prima volta che m’han lasciato cadere il cuore è stato come veder precipitare un Cuore di Bue ancora acerbo. Ero piccina, l’ho visto crollare e rimbalzar sul pavimento, mi son chinata a raccoglierlo: non c’eran segni evidenti, nessuna sbucciatura. “Non tutto è perduto. Mal che vada – mi son detta- maturerà più in fretta”.

La seconda volta che m’han lasciato cadere il cuore è stato più rischioso, ma ero ancora abbastanza verde alle estremità. M’è rimasto un bozzo piccolo, col tempo quasi impercettibile. “Non tutto è perduto. Mal che vada – mi son detta – taglierò via sto spigolo. C’è ancora tanta polpa“.

La terza volta è stata un’opera d’arte, perché chi stava cucinando sapeva bene come sbucciare un cuore. Aveva tolto la prima pelle, lo aveva fatto maturare al caldo, con sadica calma. Lentamente lo aveva spogliato dalla buccia, s’era sincerato che mi fossi convinta a diventar passata, buona per condire i giorni insipidi. Io ero già un po’ matura e mezza ammaccata, m’ero lasciata buttare in acqua bollente, condir col sale. La caduta è stata rovinosa, perché un Cuore di Bue ammorbidito dal calore e privo della buccia si spalma sul pavimento senza troppi complimenti. Non c’era più niente, se non il sollievo di non aver più una lama addosso. “Non tutto è perduto. Mal che vada – mi son detta – userò quel che s’è salvato per dar vita ad un nuovo cuore. Mi restano i semi”.

La quarta volta è successo con un cuore nuovo, nato da quel che era rimasto del precedente. C’era altra polpa e una nuova buccia, resa più forte dai ricordi dell’esistenza già vissuta. Era un pomodoro di quelli che nascono a fine estate, quando il clima non è più clemente come ad agosto, e sembra sempre di masticar compensato. Un cuore pesante, duro. Forse anche un po’ amaro. È caduto con un tonfo sordo, spinto giù dalla stanchezza. Ha rotolato sul pavimento, in un paio di angoli s’è crepato. “Non tutto è perduto. Mal che vada -mi son detta – lo terrò in frigorifero e marcirà più lentamente”.

Così è stato. Ho rinchiuso il mio pomodoro nel cassetto più basso, tra la lattuga e le zucchine, certa che tenerlo al fresco fosse il modo migliore per non farlo andare di nuovo in rovina. Mentirei, se dicessi che non è servito: tutte le volte che ho provato a metterlo in tavola, del resto, ho trovato commensali reticenti, allergici, interessati soltanto ad uno spicchio, buono per una bruschetta. Era il mio cuore, però, il mio pomodoro, nato da quel che restava della fatica e del dolore di sentirsi buttare in acqua bollente e salata, sbucciare e poi scavare. Con testardaggine lo riponevo nel cassetto, con incoscienza abbassavo la temperatura. “Non tutto è perduto. Mal che vada – mi son detta – si congelerà. Mi resterà un pomodoro immangiabile, ma tutto intero. Tutto mio“.

Ci son voluti trent’anni e diversi sughi pronti per capire che un simile Cuore di Bue è immangiabile, inutilizzabile, inutile. Non serve a chi lo possiede, non giova a chi ne ha fame. Non è utile nemmeno per i rabbocchi di sugo, per la miseria. Diventa una palla di ghiaccio con un cuore che marcisce, buona solo a far puzza. Non era questo il motivo per cui avevo recuperato i semi, scavato a mani nude nella terra, annaffiato con fatica quel che era nato. Non era il pomodoro che volevo.

Ho tolto il cuore dal frigorifero, l’ho lasciato nella dispensa. Con ogni probabilità maturerà in fretta, s’ammaccherà e mi ritroverò a passarlo nel tritatutto, sperando di ricavarci almeno un po’ di conserva. Forse sarò coraggiosa abbastanza da farne un’insalata. Difficilmente sarà di nuovo preda di amanti della bruschetta. “Non tutto è perduto. Mal che vada – continuo a ripetere – ho salvato i semi”. 

 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

2 pensieri su “Cuore di bue.”

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