L’abitudine di Oriana.

Oriana-Fallaci-118-119-e1413895471601C’è che mi sale la carogna, Oriana. Per tanti motivi diversi che tu hai sintetizzato in una frase, anni prima che io nascessi e potessi provare quel che sento oggi, mentre ho un occhio sull’Ansasi smette mai davvero, di far la giornalista? – e uno su quello che scrivevi in “Un Uomo“.

Da quando te ne sei andata son stata Charlie Hebdo, Parigi, Bruxelles, Orlando. Ma anche Mogadiscio, Ankara, Gerusalemme, Tunisi. Pure Utøya, a dire il vero, ché tutte le religioni son diverse, ma tutti i fanatici han la stessa faccia. Son stata ogni posto in cui la dignità umana è stata sconfitta, maciullata da bombe o fucili, colta di sorpresa mentre faceva quel che ogni essere vivente fa, da che mette piede in sto mondo: vivere. La sorpresa dell’orrore si è fatta detonare nei ristoranti, nelle sale d’attesa degli aeroporti, sotto il palco di un concerto. I fucili han sparato all’improvviso in un campeggio, in una discoteca, in una redazione, mentre si era in coda per entrare in un museo. Lentamente, il mostro è diventato domestico. Le ragazze rapite dagli uomini del Boko Haram276 studentesse, Oriana, a riprova che una donna istruita è sempre pericolosa, per un maschio ignorante – si son perse nella memoria, le bimbe e i bimbi fatte esplodere al mercato ci indignano per trenta secondi, e poi ce ne dimentichiamo. Paris_Aftermath_of_the_November_2015_Paris_attacks.png

E dire che ho fatto quello che mi ero ripromessa di fare la prima volta che i miei occhi hanno incontrato la tua penna. Mi sono informata. Ho studiato, letto,cercato,analizzato. Mi son fatta un piccolo bagaglio di geopolitica, un sacco di cronaca, una valigia di curiosità. Ho conosciuto quel mondo che anche tu demonizzavi – perdonami, Oriana, ma a mettere in dubbio eri maestra, e a furia di legger lo zoppo ho zoppicato anch’io – e ho trovato persone magnifiche e persone riprovevoli, a riprova del fatto che se dividessimo l’umanità in buoni e cattivi, un po’ come si fa quando si gioca in cortile, saremmo più vicini al vero di quanto non siamo ora, ghettizzati per fede, razza e pelle. Ho osservato le foto, Oriana, e mi pare che tutte le lacrime facciano lo stesso effetto, quando solcano il viso di chi ha visto la morte in faccia, o ha assistito, inerme, alla morte di chi amava. Mi son chiesta se il dolore di una madre che che perde un figlio per un kamikaze sia diverso, a seconda del fatto che la donna indossi un hijab o un crocifisso, e mi son detta che il dolore è dolore, ovunque, e che una madre è una madre, ovunque.

Quel che mi fa paura, però, è quel che ti dicevo all’inizio. Quello che hai messo nero su bianco nel 1979 – sette anni prima che nascessi, trentasei anni prima che lo provassi, la migliore interprete dei miei pensieri – quando parlavi dell’abitudine, e spiegavi come fosse “la più infame delle malattie, perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portare le catene a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente e cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci”. Ecco, Oriana. Io che avrei venduto la pelle di un braccio, per scrivere come te, ora vorrei aver la formula magica per far sì che questo mostro di odio e terrore non diventi una costante dei miei giorni, un’altra delle cose per cui faccio spallucce. Vorrei arrabbiarmi ogni volta, soffrire ogni volta, ricordarmi ogni volta che il dolore è dolore a qualunque latitudine, perché sarebbe l’unico modo per sperare che questo non accada più. Per fare in modo che non accada più.

E come ogni anno, se vale, per quel che vale, buon compleanno, Oriana.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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