Notte prima. Vabbé.

notte-prima-degli-esamiIo mi ricordo, quattro ragazzi con la chitarra, e un pianoforte sulla spalla. Ogni anno, ogni maturità, sti fenomeni tornano alla ribalta. E ogni anno, ogni maturità, tutti corriamo con la testa alla notte prima degli esami, a quella che Venditti, Faletti e Vaporidis – rigorosamente in quest’ordine – han contribuito a rendere un tormentone. Sapete una cosa? Io la notte prima dei miei esami di maturità ho dormito, e pure bene. Sarà che la prima prova non m’ha mai fatto paura, perché i temi più difficili me li son sempre preparati senza una consegna, impazzendo a trovare un aggettivo capace di sposare una sensazione che sentivo dentro. Sarà che non vedevo l’ora di lasciarmi il liceo alle spalle, ché mi friggevano le ali e avevo fretta di immaginarmi il futuro. Sarà che a me gli esami non fan mai né caldo né freddo, perché la dote più preziosa – la facciadaculo, tutto attaccato – non l’ho mai imparata su un libro, e non ho bisogno di una verifica per ricordare i miei limiti e le mie potenzialità. Prendete la mia maturità, ad esempio. Sapevo di avere le capacità per affrontare il tema. Sapevo di potermela cavare in latino, sapevo che avrei retto la media in tutte le materie, ma che matematica-fisica-geometria m’avrebbero visto miseramente crollare. Socraticamente sapevo di non sapere, filosoficamente avevo accettato l’antifona. Razionalmente, pensavo che una figura retorica o un chiasmo m’avrebbero salvato la vita più volte di una frazione, e non è che sbagliassi poi di tanto. Tutto andò secondo i piani. Una clamorosa pippa nelle materie scientifiche, come da copione in tutte le altre. Ottantasei centesimi, matura il quattro luglio. Matura, poi…

Qualcuno glielo vuol dire, a sti ragazzi? I nati nel millenovecentonovantasette – facevo l’esame di quinta elementare, nel millenovecentonovantasette – han diritto di saperla, la verità. Regà, l’esame di maturità è una fregnaccia. Non nel senso che è truccato, ci mancherebbe. E non è neppure così semplice, non sempre e non per tutti. Ma è più fumo che arrosto, vi mette più ansia del dovuto e vi lascia con meno di quanto avreste bisogno. Le “notti prima” che vi travolgono, nella vita, sono altre, e quasi mai hanno una data prestabilita, o una canzone di Venditti.

Ti cambia di più la notte prima del giorno in cui te ne andrai di casa. Perché sei lì che pensi al tuo mondo di bambina, e ti chiedi quanto saprai cavartela, da sola con una vita tutta nuova e tutta tua.

Ti cambia di più la notte prima del giorno in cui avrai un colloquio decisivo, di quelli che sembrano già futuro, magari per il lavoro dei tuoi sogni. Ed è lì, ad un passo, e basta allungar la mano per sentire il solletico di un desiderio quasi realizzato.

Ti cambia di più la notte prima del giorno in cui ti dimetterai, perché magari hai capito che ogni favola finisce e non c’è coraggio più grande del giocarsi tutto a testa o croce, come insegna Kipling, e perdere e chinarsi a ricostruire ogni cosa. Consapevole che una rinuncia non è sempre una sconfitta, e a volte ci son rese più dignitose di un’arrancata.

Ti cambia di più la notte in cui diventerai padre, o madre, e percepirai nitidamente il suono della paura e della responsabilità. Ti sveglieranno i suoi sussulti, sarai diviso e mai più intero, con una parte di te – chiamatela genetica, se proprio non volete esser romantici – che va a spasso per il mondo. Almeno, così dicono.

Ti cambia di più la notte in cui sai che qualcuno di importante ti dirà addio per sempre, perché ha esaurito i giorni che il tempo gli ha donato. E quella notte farai i conti con la rabbia ed il timore, l’ingiustizia e la stanchezza. Ti sentirai sfinito, vecchio e piccolo. Un ossimoro con le gambe, in cerca di equilibrio.

Ti cambia di più la notte in cui capirai che un amore è finito, o sta agonizzando. Ti cambia perché capisci ci sono esami che non puoi superare studiando, e non c’è libro capace di farti capire come rendere eterno un sentimento. Non basta la buona volontà, non è sufficiente l’impegno. Serve altro, ma quell’altro non si impara, né si spiega. E tu percepisci quanto sia meschino un mondo che ti giudica insufficiente senza averti neppure raccontato la lezione.

Ti cambia di più la notte in cui ti trovi solo con te stesso e per la prima volta abiti un limbo che non è più infanzia, ma non è ancora età adulta. Adulto lo saresti, per carità, ma non hai le competenze – economiche, se non altro – per affrontare un mondo che si fa sempre più vecchio, ma raramente più grande. Esser bambino ti umilia, fare l’adulto è impossibile. E tu sei lì in mezzo, e dondoli.

Ma più di ogni altra, ti cambia la notte in cui decidi che non vuoi più esser quello che non sei. Che i voti che gli altri ti danno – troppo grassa, troppo magra, parli troppo, sei troppo introversa, ma mangi così tanto, sei proprio smorbia, te la tiri, non hai amor proprio, sei una suora, no una nave scuola da combattimento – rispondono a metriche personali e sindacabili, e che i loro giudizi sapranno sfiorarti ma mai affondarti, accarezzarti ma mai andare a segno. Che non sarà nelle loro mani, il potere di plasmar quella che sarai.  12993558_1164866406877179_5191733911181394878_nChe cambierai ogni volta che lo vorrai, che risponderai alla tua morale e alla tua etica, alla voce di onestà e trasparenza che hai dentro. Che farai il bene perché è il bene, e non perché t’han detto che si deve fare. Che ti impegnerai perché è la tua vocazione, e non perché t’han detto che è il tuo dovere. Che truccherai le carte per far vincere i “voglio” sui “devo”, i “riesco” sui “provo”.  Ecco. Questa è una notte che vale una canzone di Venditti. Quella in cui decidi che l’unico esame che attenderai con timore, è quello che ti attende ogni mattina davanti allo specchio, quando deciderai, guardandoti negli occhi, se le tue spalle son state ancora una volta dritte abbastanza. E, per citare Montanelli, “se riuscirete a non arrossire, accontentatevi”. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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