Potevate dirmelo.

fine-vacanzePotevate dirmelo.

L’ultima volta che ho vissuto un ultimo giorno di scuola, potevate dirmelo. L’ultima volta che ho dormito nella casa in cui sono cresciuta da bambina, potevate dirmelo. L’ultima volta che ho mangiato un gelato in un posto che di lì ad un anno avrebbe chiuso, potevate dirmelo. E anche quando m’han firmato il voto dell’ultimo esame, potevate dirmelo. 

Io ero troppo impegnata a far finta di temere la maturità, per rendermene conto. Ero troppo curiosa di addormentarmi nella cameretta nuova, mi stavo ancora chiedendo se avessi davvero fatto bene a prendere la stracciatella, avevo tutte le sinapsi rivolte alla tesi.

L’ultimo film al cinema da fidanzata, potevate dirmelo. L’ultima volta che ho passato una giornata intera in spiaggia senza metter la crema e son tornata a casa abbronzatissima, potevate dirmelo. Che quella rosa sarebbe morta e quella lì era l’ultima fioritura, potevate dirmelo. Che mi sarei portata appresso per tutta la vita un “ho novità, domani ti racconto”, incastrato per sempre tra la gola e il respiro, potevate dirmelo. 

Io mi stavo chiedendo se Di Caprio avrebbe vinto l’Oscar, zittivo la voce nella mia testa che urlava ‘rughe ed invecchiamento precoce!’, pensavo a quanto eran belle le rose. Ero davvero convinta che all’indomani sarei arrivata trotterellando in quella casa che ora mi ospita, avrei preso lo sgabello e tutte le novità sarebbero diventate curiosità che una ventenne riportava fedelmente ad una ottantenne.

Del resto che ne sapevo, io, che avrei sentito la mancanza dell’ultimo giorno di scuola? O che avrei passato una dozzina d’anni, poi, a rimpiangere di non aver salutato tutti gli spigoli di una stanza che m’ha visto parlare, e camminare, e disegnare?  Come avrei potuto immaginare che mentre io pensavo a Di Caprio, chi mi sedeva accanto già non mi amava più?  Alla verbalizzazione dell’ultimo esame, poi, mica ci si pensa a quel che s’è vissuto: passo svelto e rapidi alla discussione, ché almeno non si pagano altre tasse. E in fin dei conti, come potevo immaginare che vent’anni di confessioni, di “nonna, mi aiuti”, di segreti mal celati, sarebbero svaniti nel cuore della notte, senza far rumore?

Sembriamo condannati per natura a spingere la palla sempre più avanti, e pazienza se la porta non si intravede neppure. Corriamo frenetici, sfatti, entusiasti o angosciati. Comunque, corriamo. Ogni tanto rallentiamo, ma passiamo il tempo a pigliar fiato e a programmare quel che sarà, con buona pace di ciò che fu. Quel che è stato è stato, e il grumo di emozioni che abbiamo visto-vissuto-sentito diventa uno sciroppo di malinconia. A volte ha il sapore amaro del rimpianto, più spesso ci stuzzica il palato con l’agrodolce del tempo. Il sapore originario, fidatevi, non torna più. Ma, se siete fortunati, vi resta la condanna della memoria.

Comunque, voi, potevate dirmelo. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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