Memoria, memoriae

Stroop_Report_-_Warsaw_Ghetto_Uprising_06b.jpgLasciate che questa Giornata della Memoria sia un po’ diversa da quelle che l’hanno preceduta. Lasciate che ci sia altro, accanto alle parole di Primo Levi, quel “voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case” che mi porto appresso da che papà, vent’anni fa, m’ha messo in mano “Se questo è un uomo” dicendo “leggi”. Lasciate che sia giornata di ricordo dell’orrore che è stato, sì, ma anche del coraggio di chi ha rischiato lavoro, soldi e pelle perché quel numero imprecisato, spropositato di morti – ebrei, gay, sinti, disabili, oppositori – fosse più basso. Anche solo di uno, perché la speranza si nasconde ovunque, e per combattere un mostro tanto feroce è importante averla per compagna. E che sia memoria anche per tutti i Giorgio Perlasca, per i Dimitar Peshev, per le Irena Sendler, per i Gino Bartali e per gli Oskar Schindler. 

Lasciate che questa Giornata della Memoria sia un po’ diversa da quelle che l’hanno preceduta. Che non svanisca alle prime luci del 28 gennaio, che ci resti dentro sempre un po’. Che ci insegni la compassione, che ci porti per mano fino alle soglie della Storia e lì ci dica: “dai, impara”. Studia, leggi, capisci. Applicati. Ascolta quei pochi testimoni di un tempo lontano eppure ad un tiro di schioppo. E una volta che hai imparato, lotta. Ogni giorno, tutti i giorni, contro ogni forma di possibile deportazione. Contro ogni isolamento, contro ogni muro – non importa che sia al confine con l’Ungheria o che tagli in due Gerusalemme. 

Lasciate che questa Giornata della Memoria sia un po’ diversa da quelle che l’hanno preceduta. Recuperate memoria storica, ovunque voi siate. Guardate negli occhi un nonno, un anziano, e fatevelo spiegare da lui, cos’è davvero stato quel fascismo, quel nazismo, a cui molti, ora, sembran desiderosi di ritornare, digiuni di storia e di coscienza. Chiedetevi perché ogni testimone che ho incontrato – poco importa se la guerra l’avesse vista, vissuta o combattuta – m’ha detto che sì, m’avrebbe raccontato, “ma non scrivere che non si sa mai”. Domandate a voi stessi cosa vuol dire aver paura di parlare a settantuno anni dalla fine, come ci si sente quando il vicino diventa nemico, sospetto o sospettato. Quanto grande è lo sgomento di un popolo che si ritrova ad essere rivoltato contro sé stesso, e per una razione di pane in più caccia in un vagone un personaggio scomodo.

E poi sì, tornate alle parole di chi da quel mostro è scampato, per non riuscire mai più a tornar simile a sé stesso. Hannah Arendt, Shlomo Venezia, Primo Levi. Pesate ogni parola, lasciate che quel “voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici” vi attanagli la gola, perché noi ci viviamo ancora, sicuri, nelle nostre tiepide case e tante volte ci dimentichiamo – no, ignoriamo – cosa voglia dire non conoscer pace, lottare per mezzo pane, morire per un sì o per un no. Sembra un tempo così lontano, sembra una cosa che mai potrebbe accadere, oggi. Il guaio è che accade, ma cambia volto perché il male sa indossare molte maschere, pur di rimanere simile a se stesso. E allora che la poesia di Levi sia anche un po’ maledizione e davvero, se mai dimenticassimo quel che è accaduto, i nostri nati storcano il viso da noi. 

 

 

 

 

 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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