Inciampare in una foto.

 

 

Enduring Freedom

Oggi sono inciampata in una fotografia. Metaforicamente, eh. Eppure non esiste verbo che renda meglio come mi son sentita: l’ho vista, ho provato ad andare oltre, ma uno spigolo del mio animo è rimasto lì, impigliato. Invano ho tentato di proseguire, mi sono arrabattata in me stessa, ho incespicato. In una parola, insomma, sono inciampata. 

La fotografia era una di quelle che in vita mia ho visto mille volte, e che per mille volte m’han straziato il cuore, lasciandomi in bilico tra la rabbia e l’impotenza. Un bimbo – otto anni, forse. Ma avete notato che i bimbi che soffrono sembran sempre più grandi? – con una felpa sporca di polvere e troppa vita vissuta, strappata dalle fughe e da una vita difficile, porta in braccio uno scatolone. Non so cosa ci sia nascosto lì dentro, ho guardato la foto per pochi istanti e poi l’ho persa nel mare del web. Il bimbo ha la pelle olivastra, le guance rigate da due righe di lacrime che potrebbero aver lasciato il solco, tanto son profonde. Non son capricci, sia chiaro. È un pianto dignitoso, adulto e straziante. Questo bimbo è un profugo. Scappa dalla Siria – dalle bombe, dalla fame, dalla paura, dalla distruzione – e non è dato sapere la sua storia. Una foto non può raccontare come si chiami questo piccolo gigante d’uomo, quale fosse il suo piatto preferito, che cosa sognasse di diventare, prima che il terrore rivoltasse la sua vita. Tutto quel che si sa, di lui, è che piange e scappa, portandosi dietro quel che può e quel che non potrà mai più dimenticare.

Ecco. I miei occhi si sono ancorati a quelle lacrime, e lì sono inciampata. Non sopportavo di star ferma a guardare, non potevo far finta di non aver visto. Mi son sentita responsabile – io che non ho autorità nemmeno in casa mia, io che però mi lamento di un’enciclopedica serie di idiozie -, mi son sentita ferita – io che scrivo dal mio soggiorno, io che ho avuto un’infanzia magnifica-, mi son sentita in colpa. Qualche tempo fa, per lavoro, ho avuto l’opportunità di vedere il film “Io sto con la sposa“, che parla (anche) di immigrazione e di futuro. È un documentario coraggioso, così come è coraggioso uno dei suoi registi, Gabriele del Grande, che ad un certo punto del dibattito post proiezione ha spiegato una cosa. Ha raccontato di avere due bambine piccole, una nata da pochi giorni, l’altra attorno ai tre anni. “Quello che sta succedendo ora – spiegava – un giorno sarà storia. E le mie figlie mi chiederanno conto di questo periodo, mi domanderanno “papà, ma tu cosa facevi quando succedeva questo?”. Così anche per questo motivo ho scelto di fare la mia parte“. Le sue parole m’han colpita e affondata, si sono sistemate sotto pelle e lì son rimaste, pronte a farmi inciampare, grazie a Dio, negli occhi di un bimbo che scappa dalla Siria, con in mano una scatola di giochi e negli occhi una tristezza che non dovrebbe avere nessun essere vivente, adulto o bimbo che sia.

Ecco. La faccenda è questa. Grandi della Terra, piccoli del pianeta, umanità in generale, creato tutto: fermiamoci un secondo, una manciata di minuti. Cercate gli occhi di quel bambino, recuperate lo sguardo di ogni creatura che scappa da una guerra e chiedetevi, per un attimo, se ne valga la pena. Se esista qualcosa che meriti che le guance e l’anima di un bambino abbiano i solchi, a furia di piangere. Se sia il caso, per del potere e del denaro che non vi porterete di certo all’altro mondo, accartocciare qualcuno così piccolo, ricco di potenziale umano, di felicità in divenire. Se davvero un Dio, qualunque esso sia, possa sopportare una visione tanto straziante, che i miei occhi di umana – piccola, mortale e di certo non onnipotente – hanno retto a fatica. E se saprete regger quello sguardo, se nonostante tutto deciderete che una guerra valga tutto il dolore che porta, fate uno sforzo. Recuperate quel bimbo che eravate e domandatelo a lui: quali torti t’han fatto, per renderti tanto arrabbiato? Quanto male t’han causato, gli umani, per scegliere di esser disumano? Chi t’ha insegnato che chi ci è accanto è un nemico, che il domani è un campo di battaglia? Perché è così complicato, per te, capire che l’unico modo che hai per salvarti è quello di iniziare a salvare il prossimo?

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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