Futuro semplice.

CIMG3437.JPGIo non so se avrò mai dei bimbi miei. Non lo so per una lunga serie di ragioni, tra cui il fatto che son figlia del precariato e vivo, da precaria, ogni ambito della mia vita. Lavorativamente, sentimentalmente, socialmente e psicologicamente, sono condannata a contratti a tempo determinato, e va già bene che non son più collaborazioni a progetto. Un figlio, invece, è qualcosa che sa di radici, tempo indeterminato e certezze. O forse sa soltanto di coraggio, incoscienza e possibilità, e io non me ne sono ancora accorta. Bimbi, ad ogni modo, non so se ce ne saranno mai: non ho mai visto la maternità come un obbligo e, spesso, non mi fermo neppure a pensare troppo alla questione. Una cosa, però, la so.

So che se avessi dei bimbi, li vorrei liberi d’essere se stessi in un mondo in cui la diversità è una ricchezza, non una minaccia. Vorrei che sapessero che non è vero che siamo tutti uguali, perché sennò saremmo burattini creati in serie: siamo tutti diversi, e lì sta la meraviglia. Gusci pressoché identici – due braccia, due gambe, due piedi, due orecchie ed un solo cervello, direbbe Silvestri -, con un’infinita possibilità di contaminazioni, di inflessioni e di sapori.

Vorrei che i miei bimbi sapessero che l’amore è una cosa complicata ma bella, e che più di ogni altra cosa detterà il passo dei loro giorni. Sarà l’amore per il mestiere che sceglieranno, per i sogni che inseguiranno, per le persone che decideranno di avere accanto, ma anche l’amore che avrò saputo dar loro, quello che condizionerà il modo in cui si soppeseranno, la maniera in cui si relazioneranno col mondo. Vorrei sperare per loro in un mondo in cui quel che conta è l’impegno che due innamorati si assumono reciprocamente, e non il sesso a cui appartengono. Vorrei spiegar loro che ogni bambino amato crescerà sano, e questa è l’unica variabile che conta in una famiglia.

Mi piacerebbe capissero quanto è importante avere una dimensione spirituale, anche se magari sceglieranno un Dio che ha un altro volto rispetto a quello in cui credo io. Vorrei che coltivassero una fede ed una morale e che sapessero soppesare il conforto che può dare una e la serenità che può dare l’altra. Li spero rispettosi d’ogni vita, d’ogni opinione e d’ogni sogno, curiosi e inarrestabili, affamati di futuro e di un domani che sapranno rendere migliore, forse anche un po’ per colpa di quello che avrò raccontato loro. Tenaci ma onesti, liberi ma equilibrati, con un occhio alle stelle ed uno alla storia.

Vorrei uguali possibilità per la mia bambina e per il mio bambino, desidero per entrambi un futuro in cui è la competenza e non il genere, a decidere lo stipendio ed il contratto. Pari diritti, intesi come diritti senza privilegi, una partenza tra pari e che vinca il migliore.

Potrei andare avanti per delle ore, perché quando si parla degli assenti è facile, tirar sogni e previsioni, speranze e obiettivi. Magari un giorno si guarderanno e, sospirando, sentenzieranno che “la mamma non capisce”, ma per ora posso sperare per loro quel Paradiso di diritti, possibilità e pace che soltanto gli illusi, gli ottimisti e gli entusiasti sanno immaginare. E io, probabilmente, sono tutti e tre. Per fortuna.

 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

1 commento su “Futuro semplice.”

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