Stay strong. Stay human.

11049592_10204235676914479_1613701380483118710_nDall’attacco di Parigi è passata più di una settimana. Otto giorni lenti, pesanti e tutta protesi verso un’ipotesi di ritorno alla normalità che viene regolarmente smentita. Ho letto molto – principalmente giornali di geopolitica ed editoriali, anche stranieri – ingorda di cronaca, di sociologia, di antropologia, di psicologia e di economia. Mi sono concentrata sui fatti e sulle conseguenze, forse per esorcizzare quella paura che ogni tanto fa capolino e mi ricorda che al prossimo Bataclan potrei esserci io, potrebbe esserci chi amo. Potremmo esserci tutti, mentre facciamo la spesa o andiamo a lavoro, mentre guardiamo un film o tentiamo di costruire un mondo migliore.

Quasi per caso, mi sono ritrovata a leggere un articolo sulle vittime del locale. Non era nulla di commovente, di per sé, e non aveva nessuna traccia di quel giornalismo patetico – nel senso greco del termine – che mi fa sempre un po’ storcere il naso. Raccontare una morte, specie se tragica, è già complicato, faticoso: perché noi giornalisti, a volte, ci accolliamo anche la responsabilità di scrivere come se conoscessimo le vittime, facendo un torto al dolore di chi invece sta piangendo davvero? Questo pezzo, dicevo, era limpido. Alle fotografie delle vittime corrispondeva una breve descrizione: il lavoro, i sogni, come mai erano al Bataclan, chi hanno lasciato. Li ho letti tutti e centotrenta, e non per spirito voyeuristico. M’è saltato all’occhio – deformazione professionale – più di un tratto comune: erano giovani, molto giovani, avevano figli piccoli e tra loro c’era un numero di coppie sorprendentemente alto. Molti i fidanzati, i mariti e le mogli, le coppie di amici. Qualcuno è sopravvissuto all’altro, ma tantissimi son morti insieme. Le cause sono, ça va sans dire, semplici: raramente si va ad un concerto da soli, ancora più raramente si va con qualcuno e ci si divide all’ingresso. La vicinanza nel locale, insomma, è stata la discriminante, se è vero, come dichiarava qualche giorno fa un quotidiano, che la maggior parte delle vittime è deceduta nei primi tre minuti.

Il mio cervello, però, suona anche delle corde sentimentali che mal rispondono alla ragione: al Bataclan, mentre si ammazzava la musica in nome di un Dio che, se c’è, è schiacciato dai morti che si fanno nel suo nome, mentre si trucidava la libertà e nel preciso istante in cui si rubava la gioventù a chi poteva cambiare le cose, si attentava anche all’amicizia, all’amore, alla passione. A tutti quegli ideali, insomma, che davvero sanno rendere il mondo un Paradiso, a dispetto di chi invece lo vorrebbe trasformare in un Inferno in terra. Per questo la commovente lettera di quel padre che promette agli attentatori che non avrà il suo odio, né quello del suo bambino, ha sollevato tanta pelle d’oca. Perché più di tutto, più di ogni cosa, quei briganti mirano a ciò che ci rende umani, estremizzando quei sentimenti – il terrore, la paura, l’angoscia – che invece sanno trasformarci in disumani. Così, di colpo, ci spaventa ascoltare della musica, goderci una cena, esultare ad una partita, sbuffare sulla via del lavoro. E poi ancora amare qualcuno, dondolare nell’incertezza di una confessione d’affetto, costruire un’amicizia. Soprattutto con chi ripete, da venerdì scorso, che credere in Allah non vuol dire essere un terrorista e che anche loro sono spaventati, proprio come noi.

La paura – e i signori dell’Isis lo san bene – ha tanti effetti collaterali. Rende egoisti, tanto per cominciare. Diffidenti, sospettosi. Irascibili, impulsivi, irrazionali. Soprattutto, ed è la cosa più pericolosa, soli. Senza amici – perché annienta la fiducia. Senza amore – perché spazza via ogni speranza di futuro. Senza comunità – perché ci si chiude in sé stessi e al Diavolo il resto del mondo, io voglio salvare prima i miei. Lo abbiamo già visto, ve ne siete dimenticati? Cambiano i dettagli, ma il nocciolo è sempre lo stesso: l’irrazionale e terribile paura che è scoppiata d’un colpo, una notte di giugno di ottantuno anni fa, a Berlino. E si consegnavano i vicini di casa, si facevan le soffiate sui partigiani che ospitavano i fuggiaschi, si imbrogliava anche il diavolo, pur di farla franca. La causa era diversa, identica la propulsione: paura.

Ecco. Non sono un’antropologa, né una sociologa, né una storica. In questo caso, neppure una giornalista. Son solo un’empatica che parla al proprio mondo, supplicandolo di non cedere alla paura, né all’odio. Di continuare ad avere amici, amori, passioni e speranza nel futuro. Di coltivar la solidarietà come fosse un bene prezioso, un granello di senape che ci porteremo nel domani, quando questo gran trambusto sarà finito. Perché mentre c’era chi denunciava, ottant’anni fa, c’era anche chi ospitava, chi proteggeva, chi rischiava. Chi sapeva essere più forte della paura, delle minacce, del terrore e dell’imprevisto. Chi aveva capito, insomma, che un Paradiso in terra è un bene che va difeso, perché ci rende più forti di qualunque inferno, di ogni bruttura umana. L’amore, l’amicizia, la passione e la speranza son robe divine, gente: per questo fan tanta paura, per questo vogliono portarcele via. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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