L’Oriana.

3870125-Giuseppe-Colombo-BIGL’Oriana ha avuto un peso mica da ridere, nella mia vita. La sua faccia arrabbiata, disgustata e feroce campeggia ancora nel mio soggiorno, in una foto che la ritrae mentre intervista Mu’ammar Gheddafi, nel 1979. L’immagine è il regalo dell’unico ex a cui abbia fatto conoscere i miei sogni e quella stampa mi è stata recapitata il giorno del mio compleanno, che per una strana ironia della sorte ha coinciso, proprio quell’anno, con la morte di Gheddafi. M’ero messa in testa, in quel periodo, che far la giornalista non era roba per me: delusioni e fastidi, compromessi che non volevo accettare, una vocazione che difficilmente risponde alle regole del mercato. Tutto, mescolato, m’aveva fatto giurare “mai più“. Com’è, come non è, l’Oriana è tornata nella mia vita, accompagnata da Matteo, che sapeva quanto male mi facesse quel “mai più“. E lì è restata e resta ancora, anche se ho messo chilometri tra i miei passi e i suoi, conoscendo culture e riconoscendo che soltanto i fanatici appiattiscono e generalizzano, e che Islam e Isis non hanno niente in comune. Soprattutto, ho messo a fuoco la realtà, sebbene in modo parziale, riconoscendo che, per citare un post che ho letto di recente, “non c’e’ bisogno di una religione che ti dica cosa sia giusto o sbagliato da fare, perché se non sai distinguere il bene dal male, non è la religione che ti manca ma la coscienza”. Che chi scappa, insomma, fugge da quello stesso orrore che oggi colpisce noi. Che siamo tutti fratelli, simili, medesimi eredi della storia e tutti, indistintamente, custodi del domani. L’unica soluzione possibile, così, è quella del dialogo, della comprensione, della conoscenza e del reciproco rispetto. Dell’alleanza tra umani, e non dell’odio tra schieramenti. Comunque, dicevo: l’Oriana.

 001-fallaciCi sono almeno due motivi per cui il mio ex m’ha regalato un memorandum del mio sogno. Il primo, banale, è che conoscendomi sapeva bene quanto sia brava ad innamorarmi dei fiocchi di neve: sono, per natura, portata a passioni rapide, immense e fugaci, nonostante poi mi impegni sempre, sentimentalmente e lavorativamente, in relazioni serie e fedeli. Il giornalismo è un fiocco di neve resistente che trae nutrimento da quel ghiacciaio perenne che è l’istinto alla scrittura, ma Matteo sapeva – e lo so anche io – che avrei incontrato, nella vita, molti altri momenti di “mai più“. L’Oriana, così indignata e schifata eppure ancora lì, mi sarebbe per sempre servito come promemoria.  Il secondo motivo affonda le radici nella mia storia: da che ho memoria ho sempre, sempre, ripetuto a tutti che avrei fatto la giornalista. Da bambina, nonostante non sapessi ancora scrivere, giocavo a creare un giornale, con tanto di rubriche e impaginazione. Una maestra capace, un padre tenace e una buona dose di fortuna hanno fatto in modo che la mia intuizione si sposasse con le mie predisposizioni ed ho imparato a scrivere. Peggio, ho imparato a scrivere mentalmente, prima ancora che sulla carta. Gli incisi, i chiasmi e tutto il resto sono venuti dopo, nonostante le basi di grammatica siano state un necessario scheletro: a dodici anni sono inciampata in una frase di Guareschi che spiegava come lo scrittore componesse nella sua testa quando faceva tutt’altro, limitando la stesura per iscritto ad un mero atto meccanico, e lì mi son capita, per la prima volta. Poi, qualche tempo dopo, è arrivata l’Oriana.

Ricordo l’11 settembre 2001 con una lucidità disarmante. Con uguale dovizia di particolari ricordo mio padre, che m’allunga l’inserto del CorSera dicendomi, semplicemente, “leggi”. E ho letto La Rabbia e l’Orgoglio, più di una volta. Le frasi mi stordivano, in parte mi affascinavano: avevo quindici anni, ero testimone di uno dei punti di svolta della Storia, avevo paura. Soprattutto, deformazione professionale, ero incantata dal suo modo di scrivere, tanto da decidere che sì, avrei fatto la giornalista e sì, avrei tentato in ogni modo di far la giornalista di guerra. Mentre l’Oriana, terminale, lanciava il suo ruggito sdegnato arrabbiato ferito, io ripescavo “Intervista con la Storia”, snobbando inspiegabilmente “Un Uomo” e “Insciallah”, studiando, letteralmente, avida di segreti. Nella prefazione della Rabbia e l’Orgoglio, lo ricordavo bene, parlava di musicalità, di ritmo delle frasi, di armonia. Nelle interviste coi potenti, pungeva e accarezzava, con un incredibile equilibrio. Dalla sua penna è nata Giò, Penelope alla Guerra, ad oggi uno dei più formidabili specchi che ho a disposizione.

Leggere oggi quello #scusaciOriana, trending topig in Twitter e presente un po’ ovunque, mi scatena un fastidio sottile e pungente, un disgusto, quello sì, fallaciano. E non, badate bene, perché concordi con quello che la Fallaci ha scritto dal 2001 in poi. Sono arrabbiata perché l’opinione pubblica ha preso una parte per il tutto, perché politicucci e politicanti han rubato parole per far propaganda, giustificando così razzismo e xenofobia, stupidità e cecità. 01_48_are_f1_971_1_resize_597_334Le parole hanno un peso, sempre: se son ben scritte, il peso è ancora maggiore, indipendentemente dalla loro correttezza etica. Una parola ben scritta si uncina all’animo, lo strazia e lo strappa, lo pervade come una febbre, lo spinge a fare cose terribili, a volte. Ma l’Oriana non è questo, nonostante le sue ultime parole siano state anche questo. Per questo m’arrabbio, per questo non smetterò mai di arrabbiarmi con chi oggi la usa per giustificare quello stesso fascismo che lei aveva combattuto e combatteva, schifata e sdegnata. Ci ho riflettuto e ho meditato, ribollendo come un pentolone: l’Oriana ha vissuto la guerra, mi son ripetuta, l’ha vista e raccontata, imparando a odiarla. Ha conosciuto, rischiato, approfondito, a differenza di quanti oggi, da un salotto lontano chilometri dal fronte, invitano a bombardare ed ammazzare. Così, di tutte le parole che potevo scrivere, ho scelto di riportar le sue, che come al solito colpiscono più a fondo, più dolorosamente, delle mie.

“Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Io sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro cuore, e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vengano mandati a morire, come vacche al macello, per la bandiera”.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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