Disastri ai fornelli.

cupcake-695043_1920Ve la faccio semplice: avevo finito i biscotti, nella dispensa c’erano tutti gli ingredienti necessari per farli e così mi son messa a spignattare. Poca roba. Due uova, farina, zucchero, lievito, cacao amaro. Un gioco da ragazzi. E invece…

Chi mi conosce sa che ho passato i primi diciannove anni della mia vita ad esser la negazione – fatta e finita – di tutto ciò che è collegato all’arte dei fornelli. Sono riuscita a rovinare una pentola di lenticchie, ho fatto bruciare una busta di Quattro Salti in Padella. Una sera ho dovuto telefonare al mio migliore amico per chiedergli in quale verso si taglia un melone, e sono comunque riuscita a far dei danni. Insomma, pareva proprio che i geni della nonna cuoca avessero saltato due generazioni. E invece…

E invece in un’estate di San Martino di otto anni fa la nonna cuoca se n’è andata per sempre, di fretta e inaspettatamente, lasciandomi per la prima volta a faccia a faccia con la morte e le sue contraddizioni. Ognuno somatizza il male come può: io, quel dolore immenso, l’ho combattuto scavandomi dentro e cercandola ovunque potessi. Nei miei occhi di un colore diverso dal suo, nel mio carattere così distante da quello che aveva lei, nei silenzi che abitavano quei pomeriggi in cui io le raccontavo cosa non andava, e lei magicamente mi aiutava a raddrizzare ogni cosa. La voglia di cucinare – di imparare, di riuscire – è nata in quel periodo, come modo per sentirmela di fianco quando proprio non c’era verso di far quadrare la mia testa. Son partita dai cupcakes, passando per i biscotti, fino ad arrivare alla CheeseCava. Nel mezzo risotti e polpette, verdure e croccante. Quando sono triste, confusa, spaurita, smarrita, cucino. Mio fratello – che i geni da cuoco li ha ereditati sia da mia nonna che da mia mamma, e ai fornelli è bravo sul serio – cucina sempre, e sempre bene. Io lo faccio solo quando sono così in basso da non poter manco più scrivere o scavare. L’ho sempre fatto, da quando la nonna non c’è più. E invece…

E invece l’ultima volta che ho cucinato con impegno e fatica era il Capodanno di un anno fa, poco prima che la mia vita cambiasse radicalmente. Dopo, se si escludono un paio di piatti di pasta per un amico, una CheeseCava e qualche zuppa, sono passata dal cucinare al “far da mangiare“, e in mezzo c’è un abisso che solo chi ama stare ai fornelli può capire. Sono stata molto peggio di quanto non abbia ammesso a me stessa, ma temevo di aver abbandonato la voglia di cucinare nel 2014, insieme ad una relazione fallita e alla mia capacità di ammettere che una delusione tanto grande non l’avevo mai provata. Credevo avrei fatto da mangiare per una vita, senza mai più cucinare. E invece…

E invece oggi, all’improvviso, m’è venuto in mente che avevo finito i biscotti. Uova, farina, zucchero, lievito, cacao amaro: doveva essere la ricetta del successo, e invece è stato un disastro. Ne ho infornati la metà, per scoprire che erano la cosa più disgustosa che avessi mai creato. Lo ammetto, ci ho riflettuto: buttare tutto nell’immondizia era uno schiaffo in faccia alla povertà e alla miseria e io detesto sprecare il cibo. Gli ingredienti erano buoni, il procedimento corretto sebbene inventato, il risultato un disastro: come era stato possibile? È abbastanza superfluo che io vi dica come questo ragionamento mi abbia portato, inevitabilmente, a fare un parallelo con le mie vicende sentimentali degli ultimi anni. Non parlo di quelle in cui c’era già il latte cagliato, e allora tanto valeva star fermi. Mi riferisco a quelle in cui gli ingredienti sembravano buoni, il procedimento corretto sebbene inventato, e il risultato è stato un disastro. Continuare a infornar teglie – metaforicamente e non solo – sarebbe follia. Buttare tutto, un dispiacere. È stato allora che ho capito.

Se uno si mette in testa di voler cucinare qualcosa di commestibile, investe denaro negli ingredienti, tempo nella preparazione e dedizione nel procedimento. Basta che solo uno di questi fattori manchi per far sì che la ricetta non prenda il via. Se nonostante tutto, però, ci si ritrova tra le mani un risultato disgustoso, due sono le alternative: tentare di raddrizzare ciò che è nato storto, aggiungendo sapori o cambiando qualcosa, oppure rinunciare e buttar via tutto, senza perder più tempo, denaro o dedizione. Io, nella mia dispensa, non avevo altro che potesse aiutare a rendere commestibili i biscotti. Così, dopo qualche riflessione, ho buttato via tutto, impasto crudo e risultato cotto, rinunciando ai biscotti e sperando in tempi migliori. Va da sé, “cucinare i biscotti” è una metafora per “tentare di avere una relazione sentimentale”, e io ho capito – con metà impasto cotto e metà impasto crudo – di non aver più nulla di buono da aggiungere a un risultato sbagliato. Ho buttato via tutto e mi son messa a cercare di nuovo i geni della cuoca. Anche se – lo devo ammettere – quella che ho sentito tra lo stomaco e la gola, mentre ogni tassello tornava al suo posto, era una sensazione che mancava all’appello da un po’. Da un’estate di san Martino come questa, direi. Otto anni fa.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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