Monologo dello scusa.

sorry_cards_and_images_8616487532Ti chiedo scusa se t’ho dimenticata per strada, persa tra un impegno che proprio non potevo rimandare e un imprevisto che non ho saputo prevedere. Ti chiedo scusa se t’ho fatto male, scusa se non t’ho quasi mai ascoltato – e dire che parli chiaro. C’eran le mie parole – tante, troppe, il più delle volte inutili – e mi son confusa. Mi c’è voluta una vita per capire che ne dicevo così tante per tentare, malamente, di coprire i tuoi bisbigli, tenui e letali. Sei sempre stata una di poche, efficaci parole, il che stona un po’ con la persona che son diventata. All’alba dei miei ventinove anni mi son trasformata in una persona dalle ridondanti e inascoltate chiacchiere, anche se dentro di me resto sempre quella che tu sei ancora, dalle poche frasi ben equilibrate, inaspettatamente melodiose. La verità – credo di doverla a te, prima ancora che a chiunque altro – è che son me stessa solo per iscritto. Torno ad essere quella che tu sei esclusivamente quando posso mettere nero su bianco i miei pensieri. Così ho deciso di chiederti scusa, perché – insomma – è un po’ il minimo che posso fare.

Scusa se ho accettato compromessi che mi facevano schifo e paura, per amore del quieto vivere. Scusa se mi son lasciata masticare e poi sputare, scusa se non ho permesso che almeno tu ti salvassi. Scusa se mi sono accontentata di quello che i tanti principi sbiaditi mi cedevano controvoglia, scusa – soprattutto – perché ti ho raccontato che erano favole perfette. Non lo erano, Stefania. Alcuni capitoli potevan sembrare decenti, te lo concedo, ma tu che scrivi – tu che sai scrivere – avevi capito dal prologo che avrebbero fatto acqua da tutte le parti. Scusa perché t’ho caricato di una zavorra di chili per proteggermi, ma non ho valutato la tua opinione, non ho ascoltato la tua voce che mi urlava i motivi per i quali ogni passo era sempre più pesante. Scusa perché t’ho fatto entrare nei locali giusti permettendo che ti sentissi sbagliata. Scusa perché siamo entrate insieme nei luoghi sbagliati, con la sensazione di essere nel giusto.

Scusami se t’ho perso di vista quella volta, ormai molti anni fa. Ogni tanto ancora mi chiedo dove fossi, proprio come me lo domandavo davanti ad un foglio bianco che non sapevo più riempire. Scusa se t’ho stordito con ambizioni e progetti che non erano i tuoi – ma a ben vedere neppure i miei – soltanto per correre dietro a quel disperato desiderio di normalità, di quotidianità, che abbiamo sempre fatto fatica a stringer tra le mani. Scusa – te lo chiedo così, nella luce di un tramonto di novembre, mentre continuo a tossire e i miei gatti dormono, tranquilli, nelle loro ceste. Scusa per quello che ti ho fatto perdere, scusa se ti ho fatto credere di essere andata perduta. Scusa se non ti ho guardata mentre mettevi via i desideri semplici – quelli che mi salveranno, cosa credi? – nella speranza di poterli realizzare e condividere.

Scusa. Lo dico io a te, prima ancora che qualcuno lo dica a me. Del resto, condividiamo pelle e cuore, sangue e cervello: dirlo a me è un po’ come dirlo a te, anche se l’unica che può elargire un perdono è lì, con le dita appoggiate – sempre, da sempre – su una tastiera.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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