Favole vecchie di dieci anni

seagulls-815304_1920Ogni tanto il mio computer mi sputa contro qualche vecchia riflessione. Questa – manco ricordo più le coincidenze che mi avevano portato a scriverla – ha dieci anni, più o meno. La data del file recita “1° Gennaio 2006”, ma son quasi certa che abbia almeno sei mesi in più. Non so chi è il “lui”, né quali fossero i miei sogni, all’epoca. M’è sembrata calzante, però, perché un po’ pagliaccio e un po’ gabbiano mi ci sento sempre. Ma del resto, non ci sentiamo così un po’ tutti?

E poi c’erano dei giorni. L’aria sembrava sfocata come nei sogni, il torpore si impadroniva del cervello, gli occhi non sapevano chiudersi, nè stare aperti. Avrebbe riconosciuto quei giorni lontano un chilometro, solo per il puzzo di novità e di vita che si trascinavano dietro. Frammenti di sudore, di lacrime ingoiate e di mascara che cola, di pelle che sembra volersi espandere all’infinito. Erano gli attimi in cui voleva mangiare il mondo, conoscerne ogni dettaglio, viaggiare e imparare e capire e scoprire. Imbattersi nella frase giusta, divorare un libro fino a sentirselo scorrere nelle vene, lasciarsi ipnotizzare da un suono. Appoggiare le dita sui tasti e rendersi conto, nemmeno troppo stupita, che le parole si compongono da sole, che le frasi scivolano dal cervello al monitor senza apparenti intermediari. Stava crescendo, le diceva il cervello. Stava imparando, le digrignava lo stomaco, aggressivo e impulsivo come solo la parte più nascosta e tribale di lei sapeva essere. E’ la vita, masnà. Quella fatta dalle imposizioni del destino, dalle decisioni che qualcuno si è preoccupato di prendere per te. Dalle persone che non hanno potuto fare a meno di andar via, da quelle –non dirlo, ti prego non dirlo– che hanno voluto cambiar rotta. Dal tuo modo di reagire agli eventi, ai ritrovamenti dei tuoi sogni ammazzati. La vita che sfiorisce e rifiorisce di continuo, noncurante delle stagioni che provi ad imporle, nei tuoi vani tentativi di essere la tua personale parca. Scapperai lontana miliardi di chilometri per il gusto di capire che c’è un po’ di casa in ogni angolo. Incontrerai persone nuove e ti chiederai come mai siano così simili alle vecchie. Ti farcirai le orecchie con suoni sconosciuti e incomprensibili, ad ogni frase che non capirai troverai la voglia di inventarti un’altra favola. E poi ritornerai dove le nuvole sono familiari, dove il tempo sembra scorrere a blocchi, rompendo le dighe ogni cinque anni. Lo guarderai, ti farai guardare. Aspetterai con l’ansia di un profeta di poter raccontare tutto quello che hai vissuto, da cui ti sei fatta attraversare. Lui si chiederà che fine avevi fatto o chi è la persona che ha davanti. I chilometri, le esperienze, ti avranno cambiato espressione, voce, occhi. Solo le labbra saranno sempre le stesse, noncuranti delle parole che avrai imparato nel tuo peregrinare. Aprirai le braccia, ridicola come un pagliaccio e solenne come un gabbiano. Ecco quello che sono sempre stata, ecco quello che sono diventata. Ciò che hai previsto e ciò che ti ha stupito. Tutto quello che hai trovato in me delle altre donne, tutto quello che di me hai cercato in loro. Le stelle cadenti che ho cercato la notte di San Lorenzo, solo per raccontare loro che ho capito che non ho più nulla da chiedere ma solo da dimostrare. E lui sbatterà le palpebre. Masticherà un sorriso perplesso e confuso. E tu capirai, d’un tratto, di aver passato una vita a cercare chi ti avesse rubato qualcosa che in realtà non si è mai spostato da te.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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