Quello che ho imparato sull’amore.

1176192_626339177396574_835027637_nDa qualche tempo mi arrovello su quella spinosa faccenda che è l’amore. C’ho riflettuto, forte delle mie esperienze e di quelle delle persone che ho accanto, abbastanza da spaccarmi la testa e ricompormela una dozzina di volte, giungendo ad una sola conclusione. L’amore è una passeggiata in montagna, la passione una nuotata al mare. Abbiate fede, ve la spiego.

Prendete una camminata in alta quota. Siete in montagna, è una giornata di sole e puntate, all’improvviso, una vetta: v’han detto che c’è un sentiero, che ci vanno un paio di ore ma che ce la si fa, che da là in alto si vede il mondo in un altro modo. Con queste premesse, vi siete caricati lo zaino sulle spalle, senza aver neppure troppo le idee chiare su quel che potevate aspettarvi. Avete scoperto – a vostre spese – che ogni camminata che si rispetti ha pezzi faticosi, in cui ci si fa il fiato, e tratti pianeggianti, in cui si respira a pieni polmoni. Vi siete sentiti i polpacci bruciare in salita, le ginocchia tremare in discesa, lo zaino troppo pesante e il maglione, a tratti, troppo leggero per proteggervi dal vento della vetta. In cima, a forza di tener duro, ci siete arrivati e sì, ne valeva la pena. Magari sarà la cosa migliore che guarderete in vita vostra, magari ci sarà di meglio: ma là in alto, dando un’occhiata ai passi che avete percorso, vi verrà spontaneo pensare, per almeno un secondo, “miseria che fatica, miseria se son felice”. L’amore, per me, è tutto lì: miseria che fatica, miseria se son felice. Salite e tratti piani, aria che taglia e brezza che accarezza, polmoni che bruciano e pupille che si dilatano di fronte alla meraviglia. Ognuno col proprio passo, senza fretta in pianura e senza sosta in salita, con una certezza non da poco: per camminar bene, bisogna avere le scarpe giuste.

La passione, invece, è un altro paio di maniche. Immaginate un mare, di quelli che si sognano ad agosto, quando in ufficio l’aria condizionata è rotta. Le onde vi accarezzano, morbide e fresche, e voi vi lasciate andare alla corrente. Nuotate un po’ a dorso e un po’ a stile, ché siete in vacanza e non vi corre dietro nessuno. Una bracciata, poi un’altra, mi fermo a fare il morto ché mi abbronzo di più. Ad un tratto l’idea: mi immergo e vediamo dove arrivo. Si piglia aria, un-due-tre, vai. Testa sotto, gambe a rana, braccia che taglian l’acqua come due coltelli. E si va giù, in basso, contando solo su quel che si è riusciti a rubare alla superficie. Ci si lancia in profondità, ma arrivare in fondo non è mica obbligatorio: basta spingersi oltre il limite, bruciar tutto l’ossigeno che c’è nei polmoni fino a quando non interviene l’istinto e si torna su di corsa, scoordinati, affamati d’aria da divorare a grossi bocconi.

Se ci riflettete, in fin dei conti, la questione è semplice. Mare o montagna? 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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