Facciamola semplice, facciamola umana.

chess-691437_1280Girovagando in Facebook, ho trovato un’immagine. Sosteneva che dal 2925 a.C. non ci fosse stato un giorno – solo uno! – sulla Terra senza che una guerra avesse ucciso e dilaniato. Come al solito, quando vedo date così lontane e così precise, fondazione di Roma inclusa, storco il naso e penso che sì vabbè, scandiscimi pure il secondo. Del resto sono arrivata in un liceo convinta che Omero fosse un tizio in carne ed ossa, e dopo tre mesi m’han rivelato che erano probabilmente tante diverse persone che han composto un’opera epica a forza di taglio e cucito: la fiducia, dopo scoperte come queste, vacilla sempre un po’. La mia anima storica disillusa, però, s’è beccata una gomitata nella bocca dello stomaco dalla mia parte più profonda“asina, leggi cosa c’è dietro a sta frase. Raggira i complotti, vai al nocciolo”. La mia parte più profonda ha quasi sempre ragione ed è molto prepotente, così io e la mia parte storica abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo messe a pensare.

Pensando, m’è venuto in mente che nella mia vita di guerre ne ho viste un po’, mediate dalla televisione. Sono nata durante la Guerra Fredda e se non avessi perso tempo ad imparare ad usare il cucchiaio, a tre anni, sarei pure stata testimone del crollo del muro di Berlino. E poi la Guerra del Golfo, il Kosovo, l’Ex Jugoslavia, la Somalia, l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq, la Siria, la Libia, la Palestina. Alcune le ho seguite con più cura, perché ho una malattia strana che mi fa venir voglia di raccontare tutte le storie che incontro, soprattutto quelle che arrivano da luoghi pericolosi, strani, nei quali si annida comunque e sempre un po’ di speranza. Altre me le han raccontate all’Università, mentre Mimmo Candito spiegava il rumore di un caccia che ti sfreccia sopra la testa per dare il via ad una guerra. Ad altre ancora c’ha pensato l’Oriana, con la sua penna fatata.

Ripercorrere ventinove anni di conflitti è stato complicato, e ventinove anni sono pochi – per me, certo, ma anche in quella matassa di millenni che è la storia. Non mi perdo in discorsi filosofici su quanto l’uomo sappia esser cattivo, che homo homini lupus e compagnia cantante: non ne ho le competenze, perché io e la filosofia abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale, probabilmente dettato dal fatto che le ho sempre preferito la Storia. Facciamola semplice, facciamola umana: l’uomo esiste da svariati milioni di anni. Da svariati milioni di anni, esiste la guerra. Si fa per fame, per onore, per orgoglio, per fede. Però, miseria, in svariati milioni di anni ci siamo evoluti. Siamo scesi da quel ramo, ci siam messi una roba addosso, abbiamo raffinato la questione fino a volerci mettere determinate cose addosso, ché mica va bene il primo straccio. Abbiamo scritto così tanto a mano da inventarci qualcosa che sostituisse la penna, abbiamo letto fino a consumarci gli occhi ed inventato un aggeggio che ha tutti i libri del mondo dentro di sé. Abbiamo mangiato così tante bacche avvelenate da capire che φάρμακον vuol dir veleno e medicina, così ci siamo impegnati e abbiamo scoperto tutti gli antibiotici di questo mondo, o quasi. E poi c’è stata la musica, l’arte, la scultura, la poesia: se non ci fossimo evoluti, come avrebbe fatto Michelangelo a tirar fuori l’anima dal marmo? E Shakespeare ci sarebbe riuscito, a incasellare tutta quella pletora di sentimenti? E Van Gogh, e Monet, e Botticelli? Come ci saremmo arrivati, alla matematica e alla fisica, ad andar sulla Luna e a trovare acqua su Marte, ad aver fame di sogni?

Rassegnatevi: siamo diventati un po’ più grandi, negli ultimi due milioni di anni. Capite perché mi stride come una forchetta su un piatto, che in tutta sta meraviglia si siano evolute anche le armi? Abbiamo missili intelligenti sganciati da menti idiote, coltelli affilati per cervelli ottusi, fucili di precisioni per animi imprecisi. Sarebbe stato meglio dimenticarsele nella caverna, eh? Decidere che “guarda, mi sa che mollo la selce a casa e s’arrangi. Oggi invento la ruota”. Ci saremmo inventati un nuovo modo di contenderci le cose, una gara a scacchi o un testa e croce. Forse avremmo sviluppato più equilibrio, più spiritualità. Sicuramente avremmo capito come lasciar andare le cose, dimenticandoci del possesso ad ogni costo, ché come diceva sempre mio nonno, la roba che ho non me la porto mica dietro, quando “vado”.  Ecco. Avremmo avuto molta più roba qui, molta più gente, qui. Ve l’ho già detto: facciamola semplice, facciamola umana.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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