Paura di aver paura.

584Inside Out m’ha fatto pensare più del previsto. Nel mio turbinio intricato di pensieri, uno dei protagonisti del film s’è stagliato più nitidamente di altri: la paura. Capiamoci fin da ora: sono una che crede nel valore catartico della paura. Serve a crescere, a cambiare, a prender consapevolezza dei propri limiti. In alcuni casi sarà superata, in altri resterà lì a rassicurarvi sul fatto che non c’è nulla di male ad avere più cervello che fegato.

Le mie paure sono molte: il becco degli uccelli – grazie, Hitchcock -, l’altezza, l’ignoranza, i film dell’orrore, i Puffi, l’incapacità di prendermi cura di chi amo, la superficialità, l’abbandono e ça va sans dire, le relazioni. Se con i primi ci convivo e con il penultimo c’ho fatto pace – a forza di sentirsi dire “non sei tu-sono io“, prima o poi, doveva succedere – l’ultimo resta il mio gigantesco tallone d’Achille.

Perché signori, io c’ho paura. Di svegliarmi al mattino e capire che ho di nuovo regalato a qualcuno il potere di rendermi vulnerabile. Di scoprire che c’avevano ragione i poeti, e gli scrittori, e tutti quei signori che c’han versato inchiostro, pittura e lacrime, sull’amore. Che avevo ragione anche io, quando scrivevo che l’amore vince tutto, quando mi incidevo in testa che “l’amore è un dialogo, non un monologo”. Ho paura di fare i conti con gli spazi da dividere, con le responsabilità e i cambiamenti, con ogni piccolo sussulto che mi farà sentire spaccata in pezzi più piccoli, in briciole che potrebbero anche volarmi via dalle mani. Ho paura di non saper costruire con cognizione, di far vedere a qualcuno i punti in cui la carne è tenera e la vena a fior di pelle, di indicare i centimetri in cui ci son stati lividi e tagli, le cicatrici che ho imparato a cammuffare come faccio con le macchie in viso. Santo cielo, ho persino paura di mostrarmi struccata, con i doni della discromia che restano lì, ben evidenti su una pelle bianchissima.

Riflettevo su questo, l’altro giorno, risalendo come un salmone la cascata dei miei timori. Paura di mostrare, paura di credere, paura di creare, paura di fidarsi. Paura di amare. Paura di aver paura e di non far nulla di tutte quelle cose per le quali, a conti fatti, val la pena aver paura. Paura di arrivare alla fine delle mie curve e capire che, porca miseria, di vita ne avevo una e di paure troppe, ma il valore della prima valeva più del peso delle seconde. Così ho deciso di far quello che so far meglio: seguir l’istinto, addomesticare parole e metterle in fila, per schiarirmi le idee. Silenziosamente, ho iniziato. Con voi, ora, continuo. Non so se finirò mai, ma val la pena provare. E allora spolpiamola, sta paura. Che magari riesco pure a uscirne viva. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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