Miss, mia cara miss.

Foto di http://www.si24.it
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Cara Alice, che da ieri sera sei la più bella d’Italia, o almeno così dicono. Sono inciampata in una tua dichiarazione, quella che tutti i giornali riportano. La brillantissima “volevo nascere nel ’42, ché son curiosa di vedere la guerra e tanto son donna, mica combattevo“. M’è frullata in testa per tutta la mattina, c’ho pensato, e ripensato, mi son domandata perché, di tutta la storia passata e presente, tu avessi scelto proprio quel periodo lì, fatto di leggi razziali e deportazioni, bombe e fame, campagne in Russia e bombe atomiche.

Cara Alice, mi ci son messa d’impegno, lo giuro. Ho accampato la scusa del “le sarebbe piaciuto sentir dentro la fiamma della Resistenza”, ma tu me l’hai spenta con quel “mica combattevo”, che sopprime ogni istinto di ribellione alla dittatura. Mi son giocata la carta del “magari s’è espressa male”, ma le tue parole fan troppi pochi giri, per sembrar sbagliate.

Cara Alice, io due nonne nate in tempo di guerra le ho avute. Mia nonna Maria era del ’23 e nel 1942 aveva 19 anni, uno in più di quelli che hai tu. Dai pochi racconti che m’ha fatto – sapessi quanto poco raccontano, Alice, quelli che han visto la guerra! – non era tanto felice di aver preso parte a quella storiaccia. Scappava con i fratelli per mano quando cadevan le bombe, era lontana da mio nonno – che sì, era un uomo e la guerra la combatteva, eccome -, viveva il terrore del fascismo, l’angoscia con cui all’indomani dell’Armistizio si son regolati i conti, spesso senza guardar troppo al colore della camicia. Una roba come la guerra, quando hai vent’anni, ti segna parecchio e, soprattutto, ti fa crescere di corsa, schiena dritta e passo svelto. 

L’altra mia nonna, Rina, è del 1932, e nel ’42 aveva dieci anni. Una bimba in un paese sulle colline marchigiane, alle prese con un conflitto mondiale. Durante la guerra che a te sarebbe tanto piaciuto vedere, l’è morta la mamma, la mia bisnonna: non c’eran medicine, non si era riusciti a curarla. Nel frattempo, una zia nascondeva le fedi dai fascisti che passavano a raccattar l’oro di casa in casa, e un cugino spariva in Russia, senza mai più tornare. Si scappava di corsa dalla città alla campagna aperta, si guardavano con diffidenza gli Americani, ché se sei nata in quegli anni ci metti un po’ a fidarti del prossimo. 

A tutte e due, così come ai miei nonni, è rimasta addosso l’inquietudine di quello che avevano visto, vissuto, fuggito, temuto. A distanza di settant’anni, pensa un po’, Alice, mi dicevano ancora “te lo racconto, ma te non scrivere che non si sa mai”. Le mie nonne non han mai puntato un fucile contro il muso di un nazista, ma m’hanno insegnato che una guerra la combatti anche quando sei una donna, anche se sei lontana dalle trincee, aspettando chi è al fronte e lottando per combinare il pranzo con la cena, resistendo alla paura e portando avanti quel che è rimasto di una casa. Soprattutto, che la guerra fa schifo e che a volerla vivere, rivivere, c’è da esser matti o quantomeno stupidi, perché dribblare una bomba non è come scansare i gavettoni, e il razionamento non è uno strano modo di fare apericena. Me l’hanno insegnato così bene che io, quando vedo quei poveretti che scappano a decine di migliaia, dalla guerra, non ce la faccio mica a dire “rimandiamoli a casa loro”, perché googlo Kobane e scopro che casa loro non è che un cumulo di sassi.

Cara Alice, che da ieri sera sei la più bella d’Italia. L’anno che hai davanti potrebbe servire a molte cose. Sul fatto che sei bella, non ci piove. Sul fatto che il sistema scolastico italiano faccia acqua da tutte le parti, ce lo hai dimostrato tu con quel “ci son pagine e pagine, ma io volevo viverla”. Fidati di una che non entrerà mai in una 38, ma ogni tanto qualche roba intelligente la pensa: sana il gap. Mettiti a legger tutto Primo Levi, passa alla storia d’Italia di Montanelli, recupera ogni respiro di Hannah Arendt. Vedrai che ti passa anche la voglia di tornar nel ’42. E alla fine, sotto la corona, ti ritrovi con un bel bagaglio di storia.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

3 pensieri su “Miss, mia cara miss.”

  1. una lancia a suo favore la spezzerei comunque: non le hanno mica chiesto in quale epoca avresti voluto vivere FELICEMENTE? in questa domanda non era sottintesa la felicità del momento storico e anche se avesse risposto gli anni ’30 ci sarebbe stata la crisi finanziaria…insomma si è venduta malissimo, contando che la domanda molto probabilmente era calcolata,ok… però questo è eccessivo accanimento per una che poteva anche potenzialmente essere una buona risposta.

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    1. Concordo, ma solo in parte. Nel senso che è vero, nessuno ha chiesto in quale epoca volesse viver bene. Ed è vero, l’accanimento in alcuni casi è eccessivo, anche se se l’è un po’ cercata. Dal mio punto di vista, ad aver fatto precipitare le cose, è stato quel “c’era la guerra ma io sono una donna e mica combattevo”. Ecco, quello l’ho trovato un po’ di cattivo gusto…

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