La teoria di Bert

Bert-from-Mary-PoppinsHo una discreta cultura disneyana. Anzi, peggio: ho un’enciclopedica cultura disneyana, che conta su un decennio di solida e costante formazione fatta di principesse ribelli e trame inverosimili. Del resto, gente, sono nata nella seconda metà degli anni ’80 e ho potuto godermele dalla prima fila: Ariel, Belle, Jasmine, Mulan, Pocahontas, e poi a ritroso Cenerentola, Biancaneve, Aurora. Tutte lì, le maledette, intente a tessere quella che – ma come puoi saperlo, a quattro anni? – sarebbe diventata la tragicomica trama della mia vita amorosa.

Perché io mi fidavo, di quel branco di coraggiose e ribelli bellezze. Mica lo sapevo, che sott’acqua i capelli non stan davvero così. O che una bestia d’uomo non diventerà mai capace di amare. O che soltanto un vigliacco ti racconta che è arrivato per civilizzarti, che tanto tu cosa ne sai del mondo? Così, piano piano, inconsapevolmente, le ho collezionate quasi tutte.

Sono stata Ariel, che rinunciava a far sentire la propria voce per uno che manco era capace di distinguerla da un’altra – e sì che aveva i capelli rosso fuoco, non proprio un dettaglio che si dimentica. Mi sono trasformata in Belle, intenta a render domestica una Bestia incapace di amare, convinta che bastasse la forza di uno, per rendere un miracolo la vita a due. Ho calcato le orme di Pocahontas, catturata a metà nell’orgoglio di difender le mie ragioni e la fregola di rinnegarle per non perder chi mi diceva che, in fin dei conti, mi faceva del male per farmi del bene. Il ruolo più grande della mia vita è stato quello di Wendy Moira Angela Darling, che non è una principessa ma si spacca la schiena per render Peter Pan un bambino normale e poi quello, superata l’ennesima stella, se la dimentica. Lei, per lo meno, ha avuto il buon gusto di crescere e non aspettarlo alla finestra. Una volta tanto.

Insomma, senza andare a Disneyland, mi son calata spesso nei loro panni per scoprire, a mie spese e senza la magia dello zio Walt, che la polvere di fata difficilmente si appiccica ai comuni mortali. Archiviate le principesse, però, sono riuscita a mettere a fuoco una riflessione: a me quel branco di finte ribelli, di “mi difendo da sola ma datemi un principe”, non han mai convinto tanto. E la ragione è spaventosamente ovvia.

Di tutti i film Disney che ho guardato in vita mia uno – uno su tutti – m’è rimasto prepotentemente nel cuore: Mary Poppins. La bambinaia non ha sangue blu, vola con un ombrello, ha una borsa estremamente capiente e può contare su un uomo che si mangia tutti i principi azzurri a colazione. Bert è quello che un Filippo o un Erik non sarà mai: perché non ha un cavallo bianco, ma balla sui tetti di Londra. Perché non sconfigge draghi, ma ti sa far entrare in un quadro. Perché sa che Mary Poppins se la cava a meraviglia da sé, ma riconosce quando è il caso di ridere fino a farla salir sul soffitto. Soprattutto, capisce quando il vento è cambiato, quando lei andrà via e quando invece tornerà. Non si appartengono mica, quei due, nessuno deve niente all’altro. Eppure, si intonano a meraviglia a vicenda. Sarà l’età, saranno gli acciacchi: inizio a credere che l’amore sia più da cercare in una corsa di cavalli di legno, che su un tappeto volante.

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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