Sogni e piccoli miracoli

Fogli bianchi, poi macchina da scrivere, poi pc. Quando una è testarda, è testarda.
Fogli bianchi, poi macchina da scrivere, poi pc. Quando una è testarda, è testarda.

Tanto vale che ve lo dica subito: nasciamo tutti con un sogno. Evidente o meno, prepotente o meno, riconosciuto o meno, è lì, incastrato tra le costole e pronto a tormentarci per ogni volta in cui decideremo di metterlo da parte, “ché mica si vive di desideri, eh!”.

Il sogno – che, badate bene, non è un sogno, ma pretende l’articolo determinativo – assume diversi nomi, a seconda delle labbra che lo pronunciano. Può esser vocazione, passione, ambizione o destino e, che tu voglia o meno, ti fiorisce dentro da bimbo, e da lì in poi son solo fatti tuoi.

Il mio sogno è venuto su un pomeriggio d’estate, avrò avuto cinque anni. Non sapevo scrivere, ma sapevo di voler scrivere – buffa la vita, eh?. La nonna, buona e lungimirante, mi forniva matite, fogli e penne, mentre io ci mettevo la fantasia di chi ha già capito che le robe migliori le componi suonando una melodia tra i tuoi neuroni e tradurle in carta e inchiostro, poi, è solo un rito obbligato. Lo ricordo bene, io che non ricordo mai nulla: avevo cinque anni e, cascasse il mondo, volevo scrivere. Il futuro – che ha dei piani brillanti e davvero divertenti – m’ha portato vicino ad una tastiera quel tanto che bastava per farmi capire che sì, a cinque anni avevo capito tutto. Avrei fatto tante cose con passione, ma una sola sarebbe stata il sogno: domare le parole.

Questa lunga premessa m’è venuta in mente ieri sera, mentre guardavo Jovanotti saltare come un matto, sul palco di San Siro. Tre concerti per tre serate consecutive, due ore e mezza di musica, lui che sembrava divertirsi un sacco. Anzi: lui che sembrava aver dato corpo, spirito, sostanza al sogno, il suo sogno. Deve essere una meraviglia – pensavo, tra me e me – quando puoi guardar negli occhi il bambino che hai dentro e dirgli, senza troppi giri di parole, che è arrivato il Natale. Che quel che desideravi nella tua cameretta – mentre cantavi in un pennarello, mentre scrivevi senza saperlo fare, mentre visitavi un orsacchiotto o mentre palleggiavi in silenzio – è vero, è lì. E’ cresciuto con te, perché senza non saresti cresciuto nemmeno tu. Grande lo saresti diventato, sì, ma senza mai trasformarti in un bambino vero.

Io e il mio sogno, gonfio di inchiostro e pensieri, ieri sera ci siamo guardati in faccia, dopo tanto tempo: la strada è lunga, Stefà, ma siamo ancora insieme. Anche se hai posato la penna tante volte, anche se hai provato a soffocarmi. Ci sono. E, per quel che vale, finché ci sarà io, non se ne andrà nemmeno la bambina di cinque anni che non sa scrivere, ma scrive. Suona un po’ come un piccolo miracolo. 

Pubblicato da

Stefania Cava

Might be slightly chatty.

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