Il primo abbraccio

IMG_0580Nel primo abbraccio, pareva un incanto,

ha trovato la pace un cuore ormai affranto

è stato un frangente di quelli assai rari

spariti di colpo i ricordi più amari.

C’erano cocci, schegge e ferite,

tristi regali di storie appuntite

in cui ogni volta vinceva l’orgoglio,

le mille promesse, un piccolo imbroglio,

ogni “per sempre”, parola assai ambita,

detta tra i denti, incrociando le dita.

Al primo abbraccio, come dicevo,

ogni dettaglio m’è parso più vero:

il profilo del naso, la curva del mento,

il buffo cadere del tuo strano accento:

sembrava già troppa la strada percorsa,

non m’ero accorta che era solo rincorsa

prendere il ritmo, sfiorare il destino

scoprir quanto è facile fare mattino

pestare le occhiaie, mangiare sbadigli

contare i brividi dentro ai bisbigli.

Quel primo abbraccio, non potevo sapere,

del mio futuro era il cantiere:

tra le tue mani mattoni di impegno

sotto i tuoi piedi travi di ingegno

cucire i chilometri a suon di parole

trovare del bello anche dentro al dolore

Scoprire che tutti portiamo in bisaccia

Qualche dolore, qualche storiaccia

Amaro e paure, giù nel profondo

Aver visto una volta la fine del mondo.

In quel primo abbraccio, insomma, nascosto

c’era un mistero risolto in agosto

giaceva nascosto lì in bellavista

ha una banalità per protagonista

ché quando si parla di sentimenti

è fondamentale pensare agli assenti

e tutto l’amore cui hai dato fiducia,

quella ferita che ancora ti brucia,

ha solo permesso a te di capire

che con le parole c’è poco da dire

e se ci fai caso, se fai una stima

in amore ogni ultima volta è sempre la prima.

Mary, amica mia.

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Io ti capisco, Mary Poppins.

Quando li guardi saltare, volare, e ti chiedi come diavolo facciano, con quelle gambette corte e quelle ginocchia sbucciate, a saltare così in alto, ad arrivare oltre le tue aspettative, più in là dei luoghi comuni, fino a quella terra, magnifica, dove fioriscono le loro fantasie. Ti capisco quando li guardi cresciuti – mamme e papà, studenti d’università – e cerchi in quegli sguardi grandi un frammento dei bambini che erano, perché ci sono buone probabilità che loro si siano dimenticati quali fossero i loro sogni, ma tu li sai a menadito, ad uno ad uno. Di ciascun sorriso sdentato ricordi le paure, l’animale preferito, il “cosa voglio fare da grande”, il colore del cuore, le simpatie e le antipatie, le avversità ed i desideri, le q sbeccate e le d sbilenche, l’ordine dei quaderni a quadretti ed il modo – sempre diverso, sempre uguale – con cui ti disegnavano. Ti capisco, Mary, quando li guardi e ti senti galassia lontana, ché sei fatta della stessa materia di quelle stelle che brillano in periferia, e se sarai fortunata si ricorderanno di te, annidata e nascosta tra favole che non sembrano vere ed incredibili avventure normali.

Ti capisco, Mary, perché me l’hai insegnato tu, che ogni bambino è prima di tutto un aquilone da lasciar libero, con solida tela e saldi rattoppi, e una lunga coda che sappia indicar loro – sempre, per sempre – da dove arrivano, mentre se ne vanno. E a te, cara mia vecchia Mary, non resta che star lì, ombrello alla mano e valigia accanto, pronta a volar via con il vento dell’est, ché a tenere imprigionata quella meraviglia che ti fiorisce davanti si fa torto al futuro. Li guardi, affitti loro un pezzo del tuo cuore, e vai, con la speranza che il bimbo che dorme sul fondo delle loro risate sappia sempre, in un modo o nell’altro, ricordarsi di te.

I miei mostri.

I mostri più infami li ho chiamati per nome, avevano un volto, uno sterno, un addome, m’han fatto pensare di non esser da sola, sogni e progetti, viaggi e lenzuola.

“Ti prometto una vita di meraviglia, io e te contro il mondo, la nostra famiglia. Per sempre al tuo fianco, è la verità, ma ti prego non chiedermi in cambio onestà. Fammi giocare ad esser perfetto, nascondi la polvere ben sotto al tuo letto: che non si sappia che sono bugiardo, meglio piuttosto passar per codardo”.

I mostri più brutti li ho chiamati “amor mio”, sfidando la Bestia, temendo un addio. Non tremavo di fronte ai ruggiti più atroci, votavo il mio cuore alle bestie feroci. Certe zampate m’han lasciato un po’ zoppa, troppe le lacrime a tapparmi la bocca.

Di alcuni graffi porto ancora memoria, la pelle dei polsi, il mio libro di storia. Volevo trasformare la mia bestia in un uomo, ma quello è un viaggio che si affronta da solo. L’unica cura per la belligeranza, eran passi ben tesi, tanta distanza, ché chi ama davvero non sa esser cattivo, felicità, il solo obiettivo.

La bestia più grossa l’ho affrontata da sola, urlo strozzato, tra il cuore e la gola, inquieto dondolio nella mia incertezza, sospingere a fondo ogni nuova amarezza. Di fronte al nemico dai confini sfocati a poco valevano i miei fidi soldati: Controllo, Ordine e Disciplina tre piccoli fanti, periti in sordina.

Soltanto Coraggio mancava all’appello, eroe d’altri tempi, da piume e cappello, silente aspettava, coltello alla mano, il mostro più atroce, seppure lontano. A corrergli incontro, con insana destrezza, una buona dose di Leggerezza: perché sparisca un fantasma, aveva capito, non serve altro che un passo più ardito. Passargli attraverso, guardarlo negli occhi, il dolore si affronta, non serve esser sciocchi.

Eppure, miei mostri, presenti e passati, son quasi felice d’avervi incontrati: carezzo con cura le cicatrici, serve costanza, per esser felici. E nel tentativo di farmi le scarpe m’avete istruito a regola d’arte: un’altra freccia nella mia faretra, uno scudo più saldo, una nuova pietra da mettere in tasca, accanto alla fionda, pronta a difendermi nella baraonda.

La fiaba dell’eroe.

Son fatta di fiabe e di filastrocche

di mezze invenzioni, a volte un po’ sciocche

Paiono il vero, ed io mi confondo

è un modo incantato di guardare il mondo.

Un drago feroce, un orco buzzurro

l’arrivo fatato di un Principe Azzurro

una fata madrina a volte distratta

la formula magica per non uscir matta.

Sembravano tutti incanti un po’ strani

mal travestiti da esseri umani

l’azzurro del principe – una grande illusione

quel drago mostruoso – era tutto cartone

il mantello del mago aveva già qualche buco

il bianco destriero era soltanto un ciuco.

Polvere magica e bacchette incantate

tra le mie amiche ho trovato le fate

“abracadabra” è ormai fuori moda,

“Stefania, sei triste, beviamo qualcosa?”.

In cima alla torre una madamigella

in basso, più onesta, un disastro in gonnella

a cercar d’esser forte ed anche gentile

coraggio, ragazza, ingoia la bile

non esser scomposta, nelle fiabe non s’usa

pazienza ed impegno, o resti delusa.

Mi ritrovo così, in questo gran fragore

Più lividi e graffi che medaglie al valore

Ma son le mie stelline da generale

La prova che gli errori non fan così male

L’incredibile conferma, col senno di poi, che non son le vittorie a fare gli eroi

E che l’unico sbaglio che potevo fare era stare ferma, pur di non sbagliare.

L’ala ovest.

Ho una condanna, tra il cuore e la gola. Me la son cucita addosso tanto tempo fa, la prima volta che m’è riuscito di addomesticare un aggettivo, di carezzar la testa d’una metafora. Mi trascino appresso questo segno molto particolare, questo strato di pelle più sottile, nascosto in piena vista, elefante invisibile nella mia stanza affollata. Son la sola a pagarne le conseguenze, l’unica a cullarsi tra l’onere e l’onore di possedere un’anima struccata, stiracchiata, sottile e scottata, abituata a cogliere i dettagli, i silenzi, le impercettibili variazioni dei sentimenti, solo per il gusto di farne una collana di parole, ché a tutti è dato di comunicare e il mio modo è questo, per iscritto e a fiotti di parole, manco fosse una ferita.

Ho una condanna, tra il cuore e la gola. Mi fa sentire bestia in via d’estinzione, animale solitario anche se perso in un branco, e mi trovo a sussultare ogni volta che incappo in un simile, in un’altra bestia selvatica e rara, in qualcosa che mi dimostri che l’eco di quelle parole che sento, nitide, arriva anche ad altre orecchie di lupo. Che non sono la sola con una faretra di aggettivi, intenta a far andare a segno ogni parola, ogni avverbio. Che c’è chi è armato di coraggio e di incoscienza, che non son la sola superstite di questa legione di disperati.

Ho una condanna, tra il cuore e la gola. Ci sono affezionata come fosse una collana, un marchio di speciale disperazione, e senza non saprei vivere. È la mia condanna – la mia rosa, direbbe il Piccolo Principe – ed è il tempo che ho perso per lei, ad averla resa tanto importante. Una bestia rara con una rosa da proteggere. Inizio a capire perché Belle aveva il divieto di entrare nell’ala ovest.

Amor proprio, amor mio

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Prima di capir cosa fosse l’amore, ho dovuto cancellar tutto quello che amore non era.

Mi son lasciata attraversare dalle mille gradazioni di colore d’un sentimento che ha più sfumature d’un quadro impressionista, per poi scoprire che poche cose sanno essere definite, nette e inequivocabili come l’amore. Ho provato la dipendenza – straziante dipendenza, tormentata dipendenza – e le ho permesso di arrugginirmi le ali, di stritolarmi il respiro. Ho sperimentato l’illusione  – anonima illusione, sfiancante illusione – e le ho lasciato il potere d’annoiarmi i giorni, di farmi credere che ad accontentarsi si sarebbe potuti comunque essere felici. O per lo meno sereni. O più probabilmente un po’ meno soli. Ho concesso al mio cuore la passione – travolgente passione, effimera passione – e le ho comandato di farmi sentir viva, di scrollarmi di dosso il dolore, il cinismo e l’insoddisfazione.

C’è voluto un po’ per capire che nessuno dei tre – dipendenza, illusione, passione – sapeva essere amore: cercavo la cura senza conoscer la malattia, giocavo a scacchi senza avere neppure la più pallida idea di quali fossero le regole del gioco. Soprattutto, m’illudevo che qualcuno fosse in grado di provar per me ciò che io stessa non ero in grado di pensare. Esigevo dolcezza – e non me ne concedevo. Pretendevo rispetto – eppure non me ne accordavo. Cercavo comprensione – senza avere la forza di interrompere il tamburo incessante di giudizi che mi rintronavano il cervello.

Ecco, per capire cosa fosse l’amore, son partita da lì. Mi son guardata allo specchio ogni giorno, per mesi, scavando nei miei occhi per salvare quella parte di me che aveva deciso d’amarsi, più d’ogni altra cosa. Ho osservato le mie spalle sollevare pesi, le mie gambe piegarsi e la mia schiena restar dritta, sostenuta dal coraggio di chi aveva compreso la voglia di pagare un riscatto maturato negli anni, per salvare un ostaggio ancora vivo. Mi son concessa la dolcezza di sbagliare, l’infinita pazienza che serve, ad una impaziente, per capire d’esser fragile, come tutti. Spaventata, come tutti. Umana, come tutti.

Ho capito cosa fosse l’amore in sua assenza, ne ho tracciato l’identikit dopo averne sentito parlare. L’ho riversato su di me, ché servono cavie, per simili esperimenti, e non è il caso di mietere vittime. Ho inoculato il germe, ne ho osservato i miracoli, tentato di contagiare un altro essere umano. Per un po’ ci son riuscita, o forse non ci son riuscita affatto: qualcosa s’è rotto, gli alambicchi si son sbeccati e mi son trovata sola, seduta sul marmo freddo d’un laboratorio, a raccogliere i cocci, a reagire al contraccolpo. Ho realizzato, così, che non tutte le medicine salvano le vite di chi le sperimenta, e forse era il principio attivo, a non andar bene, forse avevo sbagliato dosi. Forse c’erano altri farmaci in circolo, e qualcosa aveva fatto reazione. In lui. Non in me.

La terapia che mi son prescritta qualche, di cui ho prepotentemente alzato le dosi sei mesi fa, funziona su me stessa. Più mi amo, più mi amerei. Più mi amerei, più si alza quell’asticella che mi faceva dire dei sì travestiti da no, dei sempre nascosti come se fossero dei mai. Aveva ragione Sant’Agostino: ama e fa’ ciò che vuoi. 

 

 

 

 

Passo.

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M’è capitato di scegliere parecchie volte. Con cura, con quella metodica pazienza che è mi è tanto cara, soppesando i pro e i contro per poi buttar tutto all’aria e seguire la pancia. Ho scelto un uomo, e poi ho scelto di non sceglierlo più. Ho scelto un lavoro, e poi ho scelto di abbandonarlo. Ho scelto di nascondermi dietro ad un dito, e con la stessa cieca dedizione ho scelto di spalancare gli occhi, soppesarmi con un metro che non sapesse di indulgenza, né di spietata cattiveria. Ho scelto tanto, soprattutto negli ultimi anni. Sentieri, strade, compagni e scarponi. Zaini, soprattutto, decidendo che c’erano alcuni pesi che, semplicemente, eran più zavorra che contenuto. Ho scelto il cammino ed il passo, permettendomi la strada meno battuta, più buia, più selvatica: è venuto fuori che un sentiero simile lascia veder meglio le stelle, e soltanto chi ha il tuo cuore, i tuoi polpacci, il tuo fiato, accetta di percorrerlo con te.

Ho scelto, e ho capito all’improvviso quanta scelta fosse nascosta in un silenzio, nell’arte del non sbilanciarsi, nella meschina natura di chi ti carica di colpe e si lamenta del tuo passo lento e affaticato. L’ho capito e ho mollato la zavorra che avevo sulle spalle, tra le ali, pronta a decider per me, tutta sola e tutta mia, di quale morte morire. Foss’anche stata in volo, o immobile in me stessa. Ecco. In quel momento ho tenuto fede alla promessa che m’ero fatta da bambina, in quell’istante son stata tutti i personaggi di tutti i miei libri preferiti, magicamente insieme. Ho volato, planato, lottato e, lentamente, mi son caricata di nuove zavorre, di altri pesi inutili, certa d’una sola, granitica certezza: avrei saputo scegliere ancora, e ancora, e ancora, scrollar la polvere dagli scarponi e ripartire, poggiar quei ricordi belli – ma pesanti – oppure leggeri – ma brutti e vuoti.

Ho percorso la sottile linea d’ombra che divide quel che ho sempre creduto d’essere con quel che avrei potuto diventare, l’ho costeggiata e sedotta con pazienza implacabile, con estenuante cura l’ho osservata, cogliendo le sfumature dei dovrei e dei vorrei, dei potrei e dei mi tocca. Allungare il passo è stato inevitabile: lo zaino, del resto, era vuoto da zavorre, gli scarponi avevan preso il ritmo e avevo un vento di coraggio che sfruttava la vela della mia incoscienza, del mio istinto. Così, pareva una magia, son diventata altro, son diventata me, continuando a saltellare quella corda di chiaroscuri che divide tutte le persone che son stata, tutte quelle che sarò. Al solito, continuo a caricarmi di zavorre che poi abbandono dopo un tratto di strada. Al solito, mi circondo di magnifici compagni di viaggio. Al solito, cammino. Passo.